Il populismo alla prova del nove
15 aprile 2018
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Il populismo alla prova del nove

Scenari post voto: eravamo stati facili profeti.

Le urne hanno proiettato il paese, una volta ancora, in un nebuloso futuro che fa da limbo ad ogni prospettiva politica, segnale di una ripresa lontana anni luce dal miracolo economico, irripetibile. Alla luce delle risultanze navigare a vista non è divenuto solo l’ovvia conseguenza espressione del 4 marzo, ma una pericolosa costante. Accade allora di fare un passo indietro, passando in rassegna sia quello che è stato il Day-after elettorale delle legislature pregresse e degli scenari in divenire (all’epoca), ma soprattutto dei protagonisti, oggi che il Terzo polo è diventato la scelta.

Il populismo è un fenomeno che non ha confini geografici, ma nel Vecchio Continente esistono numerosi distinguo, poiché nonostante le spinte nazionaliste ed i voti emotivi, gli anticorpi sono stati ben presto individuati (altrove) con l’insediamento di governi stabili e dall’arco costituzionale variegato, che vanno dalla destra estrema polacca ed austriaca, passando per l’Ungheria ultranazionalista, fino alla sinistra più radicale in terra ellenica. Oltralpe invece è nato un governo figlio di un voto d’opinione, ma con solide fondamenta basate sulla tradizione europeista; in Germania, una logica e saggia alleanza tra due storici partiti, i cristianodemocratici ed i socialisti.

Non in Italia, dove gli interrogativi e le sfide nelle mani dei protagonisti della politica sono enormi e di non semplice soluzione. Il Partito Democratico è ormai in frantumi. Nel centrodestra, Berlusconi vive un’apocalisse esistenziale inedita, essendo stato superato come leader della coalizione dal leghista Salvini. Il Movimento Cinque stelle dovrà affrontare una mutazione antropologica profonda, passando dalle urla di Grillo alla moderazione di Di Maio, attraverso un cammino accidentato fatto di fragili fondamenta. I pentastellati dovranno essere capaci di mettere da parte gli insulti ed i metodi della legislatura appena passata, come ad esempio l’umiliazione inflitta a Bersani (persona educata) durante i colloqui per formare un governo, quando i grillini rifiutarono ogni ipotesi di alleanza, a cui questa volta saranno costretti a cedere per contrappasso, pena la dissoluzione. La storia presenta sempre il conto.

Questo excursus proietta al cittadino uno scenario che porta a riconsiderare in maniera positiva gli esecutivi precedenti, che pure hanno prodotto risultati opinabili per parte dell’opinione pubblica, ma che evidenziano progressi soprattutto nel medio periodo.

Il tema economico resta decisivo negli anni a venire: pertanto, chi sarà capace di realizzare risultati tangibili in tal senso, tenendo sotto controllo lo spettro onnipresente del debito pubblico garantirà un futuro sostenibile alle generazioni che verranno.

Per l’Italia, tagliare il traguardo del 2018 dopo aver sopportato sia le spinte populiste provenienti da mezza Europa, o ancora la sanguinosa fase post Brexit, nonché la difficile transizione americana dopo i mandati Obama lo si deve soprattutto alla decisiva sterzata (economica) impressa al nostro paese a seguito del drammatico novembre 2011, quando si era ad un passo dal baratro: il governo Berlusconi dimissionario, lo spread giunto ai massimi di sempre a 575 punti e la mancanza di prospettive immediate.

In quel momento, con gli occhi del mondo intenti a guardare ciò che accadeva a Piazza Affari, ogni espediente messo in atto da Palazzo Chigi al fine di arrestare la vendita dei titoli di stato italiani o qualsiasi tentativo di tranquillizzare i mercati, appariva del tutto insufficiente.

Il rendimento dei Bot a un anno era ad un passo dal 7%, livello di non ritorno, in quanto la sostenibilità del pagamento degli interessi creditori a quelle soglie sarebbe diventato da default nel giro di pochi mesi, costo equiparabile ad un’intera manovra finanziaria. Paesi come Grecia, Portogallo e Spagna dovettero ricorrere agli aiuti economici. La curva dei rendimenti si era ormai invertita e questo induceva a presagire il peggio, poiché quando i tassi a breve superano quelli a lungo termine, ed invece normalmente è il contrario, significa che gli investitori non prendono neppure in considerazione l’idea di prevedere l’esigibilità di titoli a lungo, quando non c’è certezza dell’immediato.

In questo scenario si innestò l’azione del governo tecnico del professor Monti, che con operazioni di riacquisto dei titoli di stato, attraverso immissioni di liquidità nel sistema, finanziate dalla Bce fresca dell’insediamento di Mario Draghi, permise, per mezzo degli intermediari bancari, di tamponare ed arrestare la speculazione sui nostri titoli di debito. L’Italia per prima e successivamente seguita dai paesi periferici come Spagna, Portogallo e Grecia uscivano dalla tempesta finanziaria. Lo spread in poche settimane, grazie alla cura da cavallo del governo, scendeva il 6 dicembre 2011 sotto quota 370, permettendo all’erario di risparmiare miliardi di euro in termini di cedole, da poter convogliare invece sulle costose riforme imposte da Bruxelles. Un fatto impossibile fino a qualche settimana prima.

Oggi quel risultato potrebbe apparire quasi scontato e frutto dell’evolversi degli eventi, tuttavia la statura politica degli uomini si misura soprattutto in scenari simili e le riforme non vengono mai per caso. Difficile immaginare oggi chi possa avere lo stesso titolo nel discettare ad armi pari con il board di Francoforte. Difficile immaginare un nuovo Monti che indirettamente induca la Bce ad attivare operazioni definitive monetarie, note come Outright monetary transactions. Eppure è stato quello il principio della risalita dal baratro nel quale il nostro paese stava precipitando. Attualmente, quell’esecutivo di scopo, che ha permesso ai successivi di esistere ed al tempo stesso ci ha risparmiato il penoso commissariamento di Bruxelles, viene invece ricordato per l’impopolare riforma del sistema pensionistico. Una riforma dalla quale il sistema previdenziale non avrebbe potuto prescindere, a causa delle ormai sempre minori assunzioni pubbliche e private, il progressivo invecchiamento della popolazione, le uscite anticipate, il sempre maggiore precario equilibrio del pagamento delle indennità, alle quali contribuisce una forza lavoro in declino.

Ai nuovi eletti è affidato il compito di governare, con l’evidente verità che stavolta dalla strumentalizzazione dovranno essere loro a guardarsi. Un fatto, infine, è evidente, soprattutto italiano: quello che in tutti i campi è visto come un pregio, ovvero l’esperienza e la competenza, in campo politico è catalogato come difetto. L’ignoranza politica e delle attività pubbliche, frutto di non conoscenza del meccanismo, è diventata oggi una virtù. L’unico parametro è il pregiudizio. Il rischio però che la disinformazione sconfini nell’incompetenza è ormai una realtà. E l’ignoranza trasformata in arroganza segna la cifra del nostro tempo. ☺

 

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