Il potere della parola umana
25 Luglio 2021
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Il potere della parola umana

“Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei!” (Gc 3,10).

La Lettera di Giacomo apre il corpus delle cosiddette “lettere cattoliche” (Lettera di Giacomo; Prima e Seconda Lettera di Pietro; Prima, Seconda e Terza Lettera di Giovanni; Lettera di Giuda) di cui conosciamo gli autori ma non i destinatari. Non indirizzandosi a una comunità particolare, infatti, esse contengono un messaggio che può interessare universalmente, risultando prezioso per la Chiesa intera, per ogni battezzato e battezzata, e quindi anche per noi.

Stando al messaggio della Lettera di Giacomo, molto probabilmente i destinatari, “le dodici tribù che sono nella diaspora” (Gc 1,1), sono dei cristiani convertiti dal giudaismo che vivono fuori della Palestina. Lo scritto, profondamente radicato nel Primo Testamento, è più un’omelia che una lettera ed è attribuito a Giacomo, fratello del Signore e vescovo di Gerusalemme, personalità nota e influente nella Chiesa, incontrato da san Paolo apostolo (Gal 1,19) e da lui ritenuto una delle colonne della Chiesa Madre (Gal 2,9). Esso si presenta come un saggio giudeo-cristiano che ripensa in modo originale le massime della sapienza giudaica in funzione del compimento che esse hanno ricevuto sulla bocca di Gesù.

Secondo l’Autore, la fede è incompatibile con ogni forma di discriminazione all’interno della comunità; ciò che le si accorda è l’amore, stabilito da Gesù come il sommario delle Scritture, che comporta il rispetto di tutti i comandamenti. La fede per lui non è mai astratta ma è realtà concreta che sa tradursi in opere: qualora fosse priva di opere, infatti, sarebbe una fede “morta” (Gc 2,26). I fratelli che versano nel bisogno non vanno aiutati con dei bei discorsi, ma con un’azione effettiva: “con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2,18).

La Lettera tratta anche del potere della lingua, “membro piccolo” che “può vantarsi di grandi cose”, “un piccolo fuoco” che “può incendiare una grande foresta” (Gc 3,5). La lingua è assimilata a uno strumento che può dare sia la vita che la morte. Per questo l’Autore offre, al capitolo terzo, una riflessione sul carattere performativo della parola: la parola umana non solo espone dei fatti ma compie un’azione vera e propria. Il controllo della parola è considerato come un segno di perfezione: meglio il tacere piuttosto che un parlare distruttivo. Un cristiano non dovrebbe parlare con due lingue, proprio come non è possibile che da una stessa fonte scaturiscano “acqua dolce e amara” (Gc 3,11). L’Autore invita anche ad abbandonare la gelosia e lo spirito di contesa per poter accogliere la sapienza che viene da Dio che è “pura… pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera” (Gc 3,17).

Il mondo è visto come un campo di battaglia, teatro di guerre e di liti (anche tra credenti) provenienti dalle passioni che si agitano dentro (Gc 4,1-2) e che permettono alla logica del mondo, che è nemica di Dio (Gc 4,4) e conduce alla morte, di prendere il sopravvento sulla logica di Dio che conduce alla vita e vive di pazienza, sopportazione e costanza e si alimenta per mezzo della preghiera che è “potente” (Gc 5,16), se coniugata alla giustizia e al fervore.

La nostra parola umana è un soffio nella realtà, un alito di vento. Appena pronunciata, non è più. Sembra niente eppure ha una forza straordinaria. Sono le parole a creare la storia, a dare forma ai pensieri. Ciascuno di noi pertanto è la storia delle parole che sono state pronunciate su di lui e di quelle che ha pronunciato sugli altri: parole di vita che hanno messo le ali, parole di morte che hanno spento ogni slancio. E oggi, le tue parole che effetto producono? Come quelle del menzognero che danno la morte oppure come quelle del Risorto che comunicano lo Spirito e la vita?

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