Il razzismo diffuso
23 Gennaio 2018
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Il razzismo diffuso

Il razzismo spiegato a mia figlia … e ai nostri alunni. Chi (non) lo conosce? Chi non ricorda la piccola Meriem che dialoga instancabile, curiosa, provocatoria, col suo papà?

Non nuovissimo ma attualissimo, potrebbe essere una proposta per sottolineare a scuola la Giornata della Memoria, il 27 gennaio, senza cadere nella facile trappola della routine, o in quel concentrarsi un pochino riduttivo sul dramma, pur senza confini, del popolo ebraico. Una selezione dei passi più significativi dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun potrebbe permettere ai ragazzi di allargare lo sguardo al rispetto e alla tolleranza di tutte le forme di diversità, e alla condanna di tutte le forme di emarginazione e persecuzione, riflettendo su quanti “razzismi” coltiviamo dentro di noi senza neanche riconoscerli, spesso.

Rispolveriamo un po’ queste pagine preziose, lucide, intense nella loro semplicità.

Nella prima edizione di questo fortunato volume (1998), che ha venduto oltre 200.000 copie ed è stato tradotto in 25 lingue, lo scrittore spiegava alla sua bambina di dieci anni che cos’è il razzismo, come nasce, perché è un fenomeno così tristemente diffuso, dando vita a un dialogo capace di trascendere i confini dell’occasione intima e familiare e porsi come lezione di vita per tutti i lettori.

Sono passati ormai quasi vent’anni dal libro di allora, ma quel dialogo, quelle domande e la necessità di dare risposte significative ai ragazzi, spesso spaventati, o inaspriti dai discorsi che risuonano in famiglia o su certi media, restano ancora vivissimi.

Non è semplice fronteggiare, tra i ragazzi, gli effetti delle domande sul terrorismo islamico, che ha rafforzato un clima di sospetto sempre più forte verso “lo straniero”, così come diventa sempre più difficile far distinguere loro il terrorismo dall’immigrazione, clandestina e non: educare ad un paesaggio europeo multiculturale è uno dei compiti più delicati e spinosi della scuola, oggi.

Il razzismo non è stato sepolto sotto le ceneri liberate di Auschwitz. Il razzismo, a scuola, si impara giudicando il compagno vestito in maniera diversa da noi, sebbene abiti nella nostra stessa strada, o escludendo quello che resta più zitto a ricreazione perché è più timido, meno leader. Il razzismo, dice Tahar Ben Jelloun, è vecchio quanto il mondo, radicato nelle nostre chiusure e paure, nella diffidenza innata verso tutto ciò che sentiamo diverso. Che giudichiamo senza conoscere e che condanniamo senza appello, se nessuno ci dirige, ci fa riflettere, ci apre gli occhi. Se nessuno ci aiuta a coltivare, dentro di noi, il seme buono dell’apertura, della tolleranza, della “convivialità delle differenze”, per usare un’espressione cara a don Tonino Bello.

L’autore ci invita dunque a stare all’erta: la convivenza si impara, è un fatto di educazione, e se gli adulti dei prossimi anni non apprenderanno oggi, da bambini, questa lezione, sarà difficile affidare loro la speranza di un’Europa più solidale, vivibile, accogliente.

“Babbo, cos’è il razzismo?”. È così che la piccola Meriem apre il libro. E la prima definizione fornita dallo scrittore è quella di razzismo come tendenza a manifestare diffidenza e disprezzo per le persone che hanno caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre. Pertanto il razzista è colui che pensa che tutto ciò che è troppo differente da lui lo minacci nella sua tranquillità: ha paura dello straniero senza una ragione valida, ma soprattutto se è più povero di lui: non teme certo, infatti, l’emiro arabo che trascorre le vacanze in Costa Azzurra, perché in tal caso ha piuttosto ammirazione e stima, forse invidia, del ricco che “è venuto a spendere soldi”. Il razzismo, in ogni caso, sostiene Ben Jelloun, è un comportamento istintivo: l’uomo, come gli animali, tende a demarcare il suo territorio, la sua terra, i suoi beni e solo con l’ intervento della ragione e soprattutto attraverso l’educazione e la cultura impara a vivere insieme e si convince che non è solo al mondo e che esistono vari modi di vivere e culture tutte ugualmente valide. E questo è il cuore del messaggio del libro: la scuola, la famiglia, l’educazione, possono far ragionare l’irragionevole, e aprirlo all’accettazione dell’ altro. La cultura può, e deve, vincere su un malinteso istinto di conservazione che è sfociato e può ancora sfociare nelle pagine più nere della nostra storia.

Interessante ed attualissime tornano, a riguardo, le pagine dedicate all’uso distorto che il razzista fa della religione per avvalorare le sue teorie, pagine che solitamente trovano i ragazzi sorpresi quando scoprono che sono solo i “fondamentalisti” – concetto spezzato in briciole, con grande bravura, per i giovanissimi -, i fanatici religiosi, che le fanno diventare tali nel momento in cui interpretano a modo loro i testi sacri e sono pronti ad uccidere e a sacrificare se stessi, morendo per quello che credono essere un comandamento divino.

Il volume è una miniera di spunti per riflettere sul nostro presente, sul nostro atteggiamento verso gli altri, su pregiudizi e distorsioni con cui guardiamo allo straniero, in particolare musulmano. Il sintetico ma denso apparato didattico può costituire anche un valido appiglio per organizzare attività o realizzare prodotti finiti che “segnino” in modo simbolico la Giornata della Memoria. Che serve a ricordare, sì, ma senza celebrazioni inutili, retoriche.

Riflettere su quel “tot” di razzismo che alberga in ciascuno di noi, e che troppo spesso i giovani danno per scontato e innocuo quando è legittimato in famiglia, può essere il modo migliore per ricordare che Auschwitz oggi ha solo cambiato volto, ma c’è, aleggia, pericoloso. “In piedi, costruttori di pace”, diceva ancora don Tonino Bello. In piedi, ragazzi. La storia di domani è nelle vostre mani.☺

 

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