Il silenzio trascurato
7 agosto 2018
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Il silenzio trascurato

Ci sono momenti della vita dove si tocca con mano un grande bisogno di “silenzio”. Nessuno, di fronte al silenzio di una persona, osi giudicare o interpretare questa forma di comunicazione non verbale.

L’uomo deve ricercare se stesso nel silenzio bianco che, come il colore, risulta essere la sintesi di tutti gli elementi e non la loro negazione”. Con questa affermazione il card. Ravasi sottolinea come il silenzio risulta essere una incredibile risorsa. È necessario sapersi ascoltare nel silenzio ed è altrettanto necessario saper ascoltare il silenzio di chi vuole comunicare attraverso questa forma di comunicazione non verbale. Il silenzio, come la parola, ha molteplici significati; è necessario fare un lavoro interpretativo per essere edotti in quello che ha di più corretto, sulla base degli effetti che produce e/o delle funzioni che realizza. Il silenzio, quindi, non è un semplice tacere, con esso possiamo esprimere sentimenti, pensieri, desideri, stati d’animo i più vari: sicurezza, presunzione, snobismo, umiltà; esso non è muto, anzi a volte la verità grida più forte attraverso il silenzio che con le parole.

Per definizione il silenzio è l’ assenza di suono o di rumore. Se si pensa alle diverse accezioni di tale sostantivo e alle sfumature linguistiche con le quali si usa, risulta evidente che il silenzio non esprime solo la mancanza di qualcosa, ma anche il suo esatto contrario: caratterizza, infatti, la presenza del pensiero e dell’emozione che si espande e che diventa particolarmente significativo quando si sta in silenzio. La pratica del silenzio interiore, attraverso il quale si crea la giusta intimità con noi stessi, fa crescere la consapevolezza di ciò che pensiamo, sentiamo e desideriamo.

Il silenzio acquista un significato diverso a seconda dei momenti in cui esso ha luogo. Può essere utilizzato in circostanze religiose come forma di rispetto collettivo o quello per commemorare i defunti; nelle strutture religiose di clausura il silenzio fa parte della vita comunitaria; nella musica, il silenzio è la pausa che fa parte della musica stessa, alla quale essa dona valore; ai tempi di Cicerone il silenzio rappresentava un’abilità della comunicazione di un buon oratore; nella giurisprudenza di alcuni Stati, come spesso si vede nei film polizieschi americani, il silenzio è un diritto di cui può avvalersi una persona per proteggersi da eventuali accuse.

Attraverso tutti questi esempi, si evince che il silenzio è: rispetto, ritualità, regola sociale, valorizzatore, sapienza, protezione.

Esistono alcune tematiche, tra cui quelle sessuali, le violenze, gli abusi, che vanno trattate in modo silenzioso, attraverso l’ascolto che sostiene ed avvolge chi pratica questa forma di comunicazione. Un familiare, un amico ma anche un semplice conoscente può dare pieno contenuto al silenzio ma nello stesso tempo può anche rompere la magia di questo modo di comunicare. L’ accoglienza, che si riserva a chi pratica il silenzio, è una sintonizzazione empatica, che avviene spontaneamente e caratterizza il livello affettivo e cognitivo di chi ascolta. Continuando ad esplorare il silenzio nell’ascolto attivo, che riguarda l’abilità di ogni persona che desideri migliorare la comunicazione con gli altri, si può pensare alla capacità di darsi del tempo o di sapersi prendere del tempo per riflettere. In questo senso, il silenzio diventa rispettoso nei confronti di noi stessi, dandoci il modo e il tempo di esplorare le nostre emozioni ed i nostri pensieri. Nell’eventualità che una persona abbia, invece, difficoltà a stare da sola, il silenzio potrebbe essere percepito come solitudine, assenza di relazione e di contatto con l’altro.

Molte persone temono, infatti, di stare sole, e anche quando ne sono costrette, perché non c’è nessuno con loro, riempiono il vuoto con rapporti virtuali, con i social networks, che danno l’illusione di stare assieme agli altri. Ben altra cosa è il rapporto umano reale, attraverso il quale emergono le incongruenze interiori, che generano malessere e frustrazione. Finché i rapporti sono virtuali, va tutto bene! Il disagio nasce quando ci si confronta con la relazione reale, dove ognuno porta la propria storia, il proprio vissuto e le proprie contraddizioni, che si intersecano con quelle dell’altro, dando luogo ad un legame originale, tutto da vivere.

Il tema del silenzio può essere, altresì, collegato con il vuoto interiore che caratterizza ciò che si prova quando non si accetta la propria “esistenza”, per qualche ragione profonda, e si fatica ad “essere” preferendo il “fare”. Il senso pratico di questo pensiero, per chiarire ancora meglio un concetto che sembra solo teorico e filosofico, è che la persona si identifica con quello che fa, ma non è in grado di dire chi è. Un esempio lo fornisce la grande quantità di persone che sentono di valere in base a quello che fanno (lavoro, immagine sociale), pur vivendo un’affettività monca, problematica.

Uno dei momenti più difficili da gestire, durante un colloquio con una persona cara, è notoriamente la risposta al silenzio, attuata da parte del soggetto verso cui si presta ascolto. Imbarazzo, senso di paralisi, sensazione di impotenza e inefficacia, possono essere le percezioni immediate che si provano durante questo tipo di esperienza. Accogliere la risposta del silenzio e stare in ascolto con essa, in regime di empatia, chiedendosi a quali dichiarazioni espressive si riconduca, e quali indicatori contenga, potrebbe essere un modo per poterla trasformare in una preziosa risorsa. Il silenzio, dopotutto, è spesso il miglior modo per fare chiasso!

L’allenamento al silenzio ci consente di “guardarci dentro” per conoscerci in modo approfondito, entrando in contatto con le nostre “zone d’ombra”, senza percepire il timore di un linguaggio ancora lontano dalla nostra cultura. Abbiamo tutti la necessità di riflettere e di navigare nel nostro “intimo silenzio” e conoscere le sue espressioni può davvero consentire di puntare a delle relazioni autentiche.

La nostra comunità, nelle sue dinamiche famigliari, politiche, sociali, religiose, deve riscoprire il valore del “silenzio” e trarre da esso una carica emotiva che sposta le montagne senza asfaltare niente e nessuno.☺

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