Il socialismo cinese
6 dicembre 2017
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Il socialismo cinese

Il congresso del PCC non è solo rilevante, perché è il summit di un partito di 84 milioni di iscritti e/o perché la Cina è un grande paese, ma in primo luogo perché i problemi che la leadership cinese si trova ad affrontare sono grandi questioni che attraversano l’insieme del pianeta. La comunità mondiale, pur nelle diversità delle storie e dei diversi sistemi economici, sociali e politico-istituzionali, ha dinnanzi a sé le stesse sfide, è attraversata dagli stessi problemi.

Nel congresso del PCC e nelle parole del presidente Xi Jiping, questa idea generale la ritroviamo con grande efficacia ed è ben rappresentata da due concetti fondamentali che il Presidente Xi Jiping aveva già espresso in passato e che tornano con forza nel congresso.

In primo luogo, “il socialismo con caratteristiche cinesi”, affermazione che sottolinea una distanza tanto dall’ortodossia marxista, quanto dal rischio di subire la realtà del neocapitalismo come unica Storia possibile. In questo modo Xi Jiping traccia un percorso, disegna una strategia nella quale gli scambi e le dinamiche del capitalismo globale hanno una loro importanza, ma non esauriscono il futuro e la prospettiva del sistema cinese che nella forma e nella sostanza resta un paese socialista. Si potrebbero avanzare a questa strategia, a questa visione della storia diverse obiezioni, una su tutte: anche Stalin dichiarava il socialismo, come una tappa intermedia, una necessità storica propedeutica al comunismo. Le cose poi sono andate come ben sappiamo. Pur tuttavia la situazione cinese è radicalmente diversa da quella della Russia degli anni venti e trenta. La Cina non è un paese né isolato, né militarmente accerchiato; inoltre, anche se con grandi contraddizioni, la Cina è ormai la seconda potenza economica nel mondo. Il richiamo al socialismo non può essere, quindi, una aspirazione ideologica o un alibi retorico.

Vi è poi una seconda affermazione che Xi Jping aveva proposto già all’indomani del XVIII Congresso e che è centrale nel XIX Congresso: “Il mondo può dire molto alla Cina, la Cina può dire molto al mondo”. Come a Davos Xi Jiping – anche in contraddizione con le scelte autarchiche e unilaterali del presidente americano – non solo accetta, ma in qualche modo diviene alfiere della globalizzazione. Anche qui il suo non è un semplice adeguamento alla spontaneità del mercato globale e la sua scelta della “globalizzazione”, come è ovvio, ha al centro l’economia e il commercio, ma va ben oltre il meccanico movimento economico e pone l’obiettivo della cooperazione fra popoli come condizione prima per un mondo in pace e senza conflitti distruttivi. In questo contesto la Via della Seta non è solo un gigantesco investimento finanziario, una proiezione della nuova potenza economica cinese, ma una strategia politica. L’obiettivo è proprio quello di tenere insieme e di far cooperare popoli diversi e in primo luogo l’Europa e la Cina. Un progetto ambizioso e non affatto scontato, molto dipenderà dall’evoluzione dell’Unione Europea e dalle relazioni fra l’Europa e la Cina.

Vi sono poi due questioni fondamentali che percorrono i discorsi e le tesi del Congresso sulle quali fertile potrebbe essere un ragionamento comune.

– In primo luogo, la necessità di raccogliere la grande sfida che l’impetuoso sviluppo economico ha aperto in Cina e che ha significato una grande produzione di ricchezza, ma anche grandi storture e diseguaglianze. Da qui l’importanza di non vivere l’aumento del PIL come una ossessione, l’ipotesi di una “società moderatamente prospera” nel prossimo futuro e la necessità di porre una particolare attenzione all’aumento della domanda interna.

–   In secondo luogo, l’enorme problema della crisi ambientale e dei cambiamenti climatici. Su questa decisiva questione può venire dalla Cina una grande svolta che avrebbe diversi e importanti significati.

È cresciuta, in una parte importante della società cinese, una nuova sensibilità alla qualità dell’ambiente e nel gruppo dirigente del Partito comunista una nuova consapevolezza. L’apparente paradosso politico è che la Cina che molto aveva contribuito al danno ambientale, oggi è in prima linea nella lotta al degrado ambientale.

Infine un concetto che torna più e più volte nei discorsi del presidente cinese, ovvero la necessità di una forte sintonia e di empatia con il popolo “noi dobbiamo respirare con il popolo, condividere le sue ansie e il benessere del popolo è il nostro obiettivo”, dice Xi Jiping. S’intuisce da queste parole la grande preoccupazione per la partecipazione del popolo alle sfide che la Cina ha dinnanzi; in questo senso il richiamo all’orgoglio nazionale, così come una profonda lotta alla corruzione contro “tigri e mosche”, hanno proprio la funzione di creare consenso e fiducia nelle masse popolari, di ricercare una nuova connessione con il sentimento popolare. In realtà la questione della partecipazione del popolo alla Politica e alle sue scelte non è un problema solo cinese, ma è una grande questione che in modo drammatico anche l’Occidente ha davanti a sé, basti vedere i grandi movimenti di destra e antisistema che attraversano pericolosamente i tanti paesi europei.☺

 

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