Il territorio bene comune
14 Marzo 2019
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Il territorio bene comune

Il territorio visto nella sua dimensione processuale di lunga durata, frutto dell’incontro tra insediamento umano, natura e cultura, deve acquisire una ritrovata centralità nell’orizzonte della crisi che attanaglia il nostro tempo. L’attenzione verso il territorio e il suo bisogno di protagonismo, possono essere strumenti privilegiati per uscire dalla logica distorta di un sviluppo basato sulla crescita. La crescita non è più in grado di assicurare il futuro delle nuove generazioni; la crescita si è mangiata il futuro. Per questo occorre un cambio radicale di paradigma, radicale nel senso autentico della parola, cioè di “andare alla radice”, sperimentando modelli basati sull’equilibrio, mentre il concetto di crescita si fonda inevitabilmente sullo squilibrio permanente e crescente (tra territori, tra generazioni, tra continenti…), più o meno controllato. Il mutamento di prospettiva è indispensabile sia come risposta alla crisi strutturale del modello globale-capitalistico, sia come rivendicazione di un progetto locale che rimetta in gioco le risorse, le vocazioni, le potenzialità dei contesti regionali che il modello di sviluppo contemporaneo ha relegato a condizioni di progressiva marginalità, come dimostra in modo lampante la situazione del Molise e di altre regioni assimilabili, le quali non potranno trovare pace, né speranza nella perpetuazione del sistema vigente. Potranno al massimo nutrirsi di qualche elemento di carità e di molte, ulteriori illusioni.

Il territorio non è solo il prodotto della storia. In quanto bene comune, soprattutto nella sua dimensione visibile costituita dal paesaggio, esso finisce per essere l’espressione più evidente e immediata dell’identità di un luogo, l’ambito generatore di senso di appartenenza. Come tale, quindi, deve essere trattato e non come un supporto fisico su cui appoggiare in modo incessante le nostre suppellettili. Per le comunità locali (regionali) il territorio è la principale connessione tra passato e futuro e, dunque, la base delle politiche rivolte alla società, all’economia, all’urbanistica. C’è infatti un legame profondo tra la storia culturale e il futuro di un popolo o di un luogo, da cui discende la necessità di una piena consapevolezza – prima di tutto da parte dei suoi abitanti – del patrimonio territoriale e della sua importanza come risorsa esclusiva e non riproducibile. Ambiente e cultura non esisterebbero senza il territorio; la città non esisterebbe, e non avrebbe potuto nascere, senza l’agricoltura. Non è un caso che tra le diverse derivazioni etimologiche della parola “territorio” troviamo chiari rimandi alle attività rurali: da terere (arare, triturare le zolle) a tauritorium, cioè terreno lavorato dai tori.

L’agricoltura e la neoruralità, la filiera del cibo, le relazioni energetiche, l’integrazione tra urbano e rurale, il ripopolamento delle aree interne, i beni culturali materiali e immateriali, le nuove forme di economia devono essere quindi sempre più l’ oggetto del lavoro scientifico, culturale e politico. La formazione e la ricerca, in particolare, non possono prescindere dalla dimensione territoriale e ambientale, specialmente in contesti come quello del Mezzogiorno (dei mezzogiorni) d’Italia, cioè delle aree non completamente convertite al modello urbano-industriale e nelle quali si è mantenuto nel tempo anche il rapporto città-campagna, sia pure in forme peculiari da una regione all’ altra.

A livello nazionale e internazionale sta emergendo la necessità di praticare nuovi approcci ai temi del territorio e dell’ambiente, intesi come soggetti e come categorie analitiche e interpretative di carattere generale, oltre che come ambiti di convergenza tra livello teorico e livello applicato con riferimento a contesti determinati. Rientra in questa tendenza la nascita presso l’Università del Molise del Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini (ArIA), attivo dal 2016 e che sta tra l’altro supportando vari ambiti territoriali – dal Matese al Fortore e al resto del Molise – nella elaborazione di programmi a valere sulla Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), con iniziative sempre più frequenti sul territorio regionale miranti in primo luogo a riaprire e porre al centro la questione del territorio e del locale, non in chiave localistica, ma come elemento strategico sul piano teorico e pratico per la ridefinizione dei modelli di governo e di pianificazione territoriale.

Nel suo insieme il territorio è il primo bene comune delle comunità locali, il contesto delle relazioni identitarie ed espressive di una comunità consapevole e di una cittadinanza attiva. Le forme dell’accesso alle risorse naturali, le modalità d’uso della terra, la cura dell’ambiente e del paesaggio, gli assetti infrastrutturali, la protezione dai rischi, le reti sociali e le forme dell’accoglienza rappresentano gli assi prioritari dell’analisi territorialista e dell’azione territoriale. Tra le risorse una particolare attenzione deve essere riservata proprio al suolo agricolo e al paesaggio, al fine di arrestarne il consumo e salvaguardarne le trame storiche. Il paesaggio non può che essere inteso, anch’esso, come bene comune e come risorsa di interesse collettivo, soggetta ad una incessante trasformazione che richiede di essere governata dalle politiche pubbliche e studiata tramite un’analisi approfondita e multidisciplinare se vogliamo comprenderne appieno l’evoluzione, i valori e i linguaggi: dal paesaggio fisico a quello culturale, da quello agrario a quello industriale. Se il paesaggio – come il territorio – è una risorsa, termine che anche etimologicamente implica il concetto di costante rigenerazione, allora la sua tutela e la sua riproducibilità devono essere considerate un elemento cardine delle politiche che riguardano il territorio.

Superare la contrapposizione città-campagna e costruire un’alleanza tra urbano e rurale deve essere oggi un obiettivo prioritario. Nuove relazioni devono essere immaginate e progettate, non in senso gerarchico ma funzionale, che partano dall’agricoltura, dal cibo, dal tempo libero, dal paesaggio, dalle strade e dagli stili di vita: in una parola la progettazione di un nuovo circolo virtuoso che faccia da base a nuovi ed effettivi sistemi locali integrati: non un localismo triste e ripiegato su se stesso, ma un rinnovato protagonismo delle comunità locali. Per questo occorrono analisi diverse da quelle tradizionali, che valichino gli steccati disciplinari per pervenire ad una visione territorialista dell’economia e della società, ricreando una cultura del territorio che includa anche la riflessione e la sperimentazione di nuove forme della politica e della democrazia.☺

 

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