il timoniere lascia  di Michele Tartaglia
8 Marzo 2013
0 comments
Share

il timoniere lascia di Michele Tartaglia

 

Dopo lo stordimento iniziale per la consapevolezza di trovarci di fronte alla Storia (con la s maiuscola), quando Benedetto XVI ha annunciato le dimissioni da papa, è arrivato il momento di fare qualche considerazione con più serenità. Le parole che forse si addicono meglio a questo evento sono quelle che dice Paolo al discepolo Timoteo quando, ormai carcerato a Roma, sa che non può più direttamente gestire le sue comunità e deve affidarle completamente ad altri: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tim 4,7). Paolo è ancora in vita quando scrive queste cose ma sa che ormai è come se fosse morto per il mondo e con mente lucida fa le sue raccomandazioni a chi, come Timoteo, è chiamato a prenderne il posto. Paolo non si arroga il diritto di essere l’unico detentore del carisma di governo, ma con la sua esperienza mette in guardia i capi delle comunità perché vivano il ministero con senso di servizio e non come potere. Ha ancora il tempo per dire come la pensa ma fa spazio agli altri. Paolo può affermare di aver messo tutto se stesso nell’annuncio del vangelo (la buona battaglia) ma sa anche che il vangelo può essere annunciato a prescindere da lui (termine della corsa) e che la cosa più importante non è quella di aver ottenuto dei successi, ma di essere ancora, anche in quello stato di inattività, tutto rivolto al Signore (conservare la fede) che in altri testi fa coincidere con l’avere l’amore che viene da Dio (1 Cor 13).

Anche Benedetto (si parva licet) ha agito, con questo annuncio (che possiamo considerare il suo più alto atto di magistero, sotto il profilo teologico ed ecclesiologico), con la consapevolezza di non essere lui il capo e centro della chiesa ma Gesù Cristo, come ha detto con parole latine pesanti come il piombo. Se possiamo segnare una differenza con il predecessore, al di là di una continuità dottrinale, sta proprio in questo: il predecessore ha mostrato la tenacia dell’uomo Wojtila nell’ostentare anche la sofferenza fisica come segno di annuncio al mondo, ma a scapito del governo della chiesa, unico vero compito del papa, che è solo timoniere ma non può fare contemporaneamente anche il mozzo e il cambusiere, perché questo significa sopravvalutare se stessi e sminuire la comunità. Benedetto ci ha ricordato invece chi è il papa, che deve essere nel pieno delle sue capacità di governo per svolgere con fedeltà il suo servizio. Egli dà un grande insegnamento magisteriale a chi, dentro (e fuori) la chiesa, pensa di essere il fondamento insostituibile per gli altri, dimenticando che solo Gesù Cristo, per chi crede, è necessario, per cui ciascuno di noi, dal papa fino all’ultimo credente, è in un certo senso vicario di Cristo nella misura in cui testimonia il vangelo con la coerenza di vita ed è disponibile a farsi indietro quando non si può più vivere una carica efficacemente.

Le dimissioni non tolgono a Joseph Ratzinger l’obbligo di testimoniare la fede, come non lo tolgono ai vescovi in pensione o ai padri e madri di famiglia che non devono più dire ai figli cosa devono fare ma continuano a pregare per loro e danno un aiuto come possono. In tal senso anche l’affermazione esagerata per cui non si scende dalla croce una volta saliti, fa dimenticare che una sola è la croce salvifica, quella dell’uomo di Galilea Gesù di Nazaret, mentre per noi tutti la croce è la vita stessa, non un ruolo, quando essa è vissuta con amore e servizio, in ogni stato di vita.

Di fronte all’evento epocale avvenuto in questi giorni mi sento di affermare che solo due fatti ecclesiali di questi ultimi tempi hanno diritto di essere chiamati storia a pieno titolo: l’elezione di Giovanni XXIII che ha aperto la stagione conciliare e le dimissioni di Benedetto XVI che hanno portato a compimento un aspetto fondamentale del Concilio: la veridicità dell’ affermazione che la chiesa è popolo di Dio in cammino, non gerarchia, ad immagine della Trinità dove nessuno prevale sull’altro ma è il legame e la reciprocità che dà l’identità e che possono essere a pieno titolo chiamati Dio. È stata sorprendente anche la riflessione che il papa ha fatto sul Concilio al clero di Roma, dicendo chiaramente che cosa esso è stato, anche nel sottolineare la legittimità della liturgia postconciliare. Le sue parole mi hanno fatto venire in mente quei vescovi che, una volta in pensione, parlano a ruota libera sugli argomenti scottanti della chiesa e mi dico: ma non poteva dirlo più chiaramente prima, anziché dare l’idea che volesse affossarlo, anche con l’ approvazione di una forma del rito romano abolita di fatto e di diritto da Paolo VI e con l’ostentazione di alcuni orpelli da papa rinascimentale che tanti giovani ha allontanato dalla chiesa?

Il gesto sublime di Ratzinger riscatta totalmente per me quelle dèfaillances e fa passare in secondo piano la questione del successore (tra i quali, allo stato attuale, non emerge nessuno per carisma). Anzi, la novità eventuale di chi verrà dopo non starà nel colore della pelle o nell’appartenenza a una latitudine del mondo ma, dopo questa rivoluzione copernicana, starà piuttosto nel far emergere le conseguenze implicate da questo atto papale. Se si continuerà a mantenere lo stile attuale della curia e della chiesa in genere, neppure l’amorevole e umile gesto di un uomo che ha certamente mostrato di aver conservato la fede, potrà salvare il cattolicesimo dal declino, non tanto sulla scena mondiale (cosa che è per me del tutto irrilevante) ma nel cuore di un’umanità che ha sempre un disperato bisogno dell’unico salvatore, Gesù Cristo.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

eoc

eoc