Il vangelo dell’unità
9 Novembre 2020
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Il vangelo dell’unità

Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,2).

Anche la Lettera ai Filippesi nasce dall’ esperienza delle catene che più volte segnano la vicenda dell’apostolo Paolo. Paradossalmente però essa è attraversata dall’atmosfera della gioia. Paolo è tenuto prigioniero a motivo della sua totale dedizione all’opera dell’evangelizzazione e la comunità a cui scrive è estremamente provata, eppure egli non smette nemmeno per un istante di invitare i suoi alla gioia: “Siate lieti nel Signore… siate lieti” (Fil 4,4). La gioia di cui parla l’Apostolo non è un sentimento passeggero legato a determinate circostanze, ma il frutto di un’intimità con Cristo così forte da prendere il sopravvento anche sul dolore, le umiliazioni, l’ingiustizia subìta. Essere “in Cristo”, cioè sentire che tutta la propria vita è radicata in lui e da lui trae sostentamento, permette all’Apostolo di non temere né la vita né la morte, sapendo che in entrambe le condizioni il suo legame con Cristo è stabile. Se il vivere per lui è “Cristo”, il morire è da lui ritenuto persino “un guadagno” (Fil 1,21).

Paolo sa bene però che è tempo per lui di restare in vita per promuovere la fede dei Filippesi, certo che la sua condizione di carcerato non rappresenta una battuta d’arresto nella sua missione evangelizzatrice ma un’occasione utile al “progresso del Vangelo” (Fil 1,12) e un incoraggiamento non indifferente per i fratelli nell’“annunciare senza timore la Parola” (Fil 1,14).

Paolo scrive ai Filippesi per ringraziarli dell’aiuto giunto tramite Epafrodito, latore della lettera, per rassicurarli della guarigione di questo fratello che era stato in pericolo di morte e della sua personale serenità nell’affrontare la prova del carcere, per prospettare una visita presso di loro dopo la scarcerazione e rafforzare l’unità interna della comunità, osteggiata da alcuni avversari. La lettera, dal tono estremamente esortativo, è costruita tutta sull’invito a vivere in maniera degna del Vangelo, invito per sostenere il quale Paolo offre due esempi: quello di Cristo (nello splendido inno o elogio di Fil 2,6-11) e il suo personale esempio (Fil 3,1-4,1). Cosa mette a fuoco Paolo nei due esempi? Non l’eroicità dei protagonisti (che può suscitare ammirazione e non necessariamente imitazione) ma il processo pasquale di svuotamento e di liberazione da sé che si attua nei credenti grazie al battesimo. Cristo non ha trattenuto per sé la sua divinità ma si è svuotato per farsi uno con gli uomini e le donne, pienamente solidale con la volontà del Padre e con la condizione umana. Così Paolo: dopo esser stato afferrato da Cristo ha allenato la sua volontà in un processo continuo di spoliazione di tutto ciò che poteva rappresentare la sua “eccellenza” o superiorità sugli altri considerando una perdita ciò che agli occhi del mondo era un guadagno e imparando a vivere sia nella povertà che nell’abbondanza (Fil 4,12). Questo “abbassamento” non umilia la persona ma la avvicina agli altri, la rende solidale, capace di farsi uno con gli altri. L’accoglienza del Vangelo per Paolo quindi procura unità e comunione, l’atmosfera ecclesiale frutto di un cuore libero da se stesso.

Nessuna comunità cristiana può fare a meno della comunione. Questa comunione non è ideologica, né frutto di imposizioni, ma un processo di conversione permanente che spinge a sentirsi tutti insieme parte di uno stesso corpo, responsabili gli uni degli altri, capaci di supportarsi a vicenda, venendosi incontro con delicatezza, rispetto, volontà di immedesimazione e partecipazione. Comunione non è fagocitare l’altro, non è estorcere quanto è custodito nella sua interiorità, ma è tendergli la mano per accompagnarsi al suo viaggio, promuoverlo e fare insieme esperienza del Dio-comunione che non cerca individui dispersi nei propri egoismi ma un popolo compatto e generoso.

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