Debito pubblico: quel muro invisibile costruito per imprigionarci
24 Luglio 2017
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Debito pubblico: quel muro invisibile costruito per imprigionarci

Il debito pubblico frena la crescita, ma è una “narrazione” studiata per tenerci sotto scacco. Come uscirne?

Il libro dal titolo Il muro invisibile. Come demolire la narrazione del debito è il frutto di un lavoro durato 15 anni all’interno di esperienze di lotta che vedono i movimenti ecclesiali e sociali stretti da alleanze inedite. Il libro attraversa un periodo ampio, ma si concentra su come sia possibile individuare nel “debito”, un modello economico, finanziario, giuridico, politico, sociale, ambientale, storico e religioso. Il debito come paradigma su cui ragionare e dalla cui conoscenza partire, per costruire percorsi di aggregazione che possano cambiare le sorti dell’umanità sofferente e del pianeta, per riportarlo su binari di convivialità, giustizia, sostenibilità, uguaglianza e pace, affinché ci sia per tutti terra, casa e lavoro.

Occorre una “contro- narrazione” per sfatare le menzogne che ci vogliono “debitori” di un sistema che ha già fallito

Chiunque si accinga a leggere queste pagine spero venga investito dalla contronarrazione che del debito tenteremo di fare. Spero sia un tuffo salutare per non sentirsi più debitori e colpevoli, ma creditori e affrancati da un potere che ci vuole ignoranti, afflitti e obbedienti e al quale dovremmo rispondere con il nostro contropotere fatto di conoscenze, gioia e autorganizzazione. I contributi offerti da prestigiosi docenti, attivisti e pensatori che ho incontrato sulla strada, ai quali va la mia profonda gratitudine, lasciano sul terreno le preoccupazioni per un periodo ricco di incognite. Queste ultime generate, ad esempio, dalla recente avanzata di leader politici “divisivi” o falsamente moderati, subalterni ai poteri finanziari, che assurgono a rappresentanti di quote significative di popolazioni stanche, rancorose e impoverite, non solo economicamente.

 

Populisti e moderati: tutti contro lo strapotere della finanza, salvo poi strizzarle l’occhio

Leader che propongono soluzioni che appartengono ad un passato fallimentare, con evidenti arretramenti storici, piuttosto che inedite forme di superamento del grande cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, caratterizzato da una metamorfosi culturale dell’Occidente dagli esiti imprevedibili. Ma la realtà probabilmente è che coloro che soffiano sull’odio o urlano alla pancia della gente, vittima della crisi economica, colgono il consenso solo in un primo tempo, perché poi si trasformano, essi stessi, in “veicoli politici” di quegli stessi poteri che hanno causato le crisi e che animano la rabbia frustrante, generando ulteriori illusioni, le quali, nel frattempo, lasciano sul terreno squarci sociali dilanianti. Le grandi forze sociali che sembrano scontrarsi sono animate, da una parte, dalla rabbia e dalla paura, espressione dell’istinto disperato, e dall’altra, dal coraggio e dalla lungimiranza, espressioni della coscienza.

Come abbattere il muro invisibile che ci impedisce persino di sognare un mondo diverso

Dinanzi alle sventure che stiamo vivendo come umanità avvertiamo il bisogno di una coscienza che superi l’istinto: di una nuova sapienza. Oltre ai muri materiali e mentali esiste un muro invisibile che ci divide molto di più ed in profondità: quello della povertà, delle disuguaglianze e della scomparsa di un orizzonte di opportunità, fiducia e speranza. Ci proponiamo di coinvolgere tutte le realtà ed i soggetti che considerano il debito pubblico, a partire da quello italiano e non solo, un tema centrale per affrontare le questioni del lavoro, della terra, del futuro dei giovani, della valorizzazione dei beni comuni dentro modelli sociali alternativi che, guardando al presente e al futuro, siano attenti al recupero e al ritorno di principi comuni e universali di convivenza “conviviale”. L’analisi dei processi internazionali e la messa in discussione di un sistema economico innervato dalla “teologia del denaro” fanno da sfondo ad una necessaria campagna antropologica contro uno sviluppo estrattivista e proteso ad una crescita suicida.

Debito pubblico e privato, tra la riduzione dei diritti e l’illusione che si possano comprare

La lunga crisi che stiamo vivendo è in realtà l’effetto di diverse fasi. Oggi si presenta anche come modello di domanda animato nuovamente dal debito privato. Il nuovo motore della tanto agognata crescita sembra essere ormai solo il debito che rappresenta non un elemento a sé, isolabile dal contesto. Esso è caratterizzato da una riduzione di spese sociali, una contrazione di investimenti ed un aumento di spese militari. Il debito, come elemento caratterizzante una visione del mondo, può essere uno strumento al servizio del popolo e delle masse diseredate o diventare strumento di violenza contro di esse. Tutto dipende dall’uso politico che se ne fa! I trattati europei che invece hanno costruito la narrazione dominante della competitività, dell’efficientismo e della colpa del debito sono il risultato della costituzionalizzazione delle politiche neoliberali. Quando il Fiscal Compact entrerà nel trattato europeo (previsto per la fine dell’anno) il quadro sarà completato. Solo per 12 anni (dal 1980 al 1992) ci sono state spese in eccesso. Nel 1992 siamo entrati in austerità. Da allora solo nel 2010 non abbiamo avuto un avanzo primario. In questo periodo abbiamo risparmiato circa 750 miliardi. Abbiamo pagato 2.200 miliardi di interessi di cui 1.550 a debito. Se il debito è una leva macroeconomica, usata per pochi, l’audit (indagine sul debito) è un processo politico al liberismo.

Il debito è la cifra del capitalismo contemporaneo. Parlare di abolizione di debito illegittimo significa parlare di abolizione del capitalismo. Se l’unico orizzonte è il debito allora lavoriamo per l’abolizione del debito!☺

 

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