Impulsivi digitali
23 Marzo 2018
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Impulsivi digitali

“Ci sono mestieri che i nostri giovani non conosceranno più tra qualche anno”: così il relatore ad un corso di formazione qualche settimana fa. “E quindi – proseguiva – anche le parole per indicarli saranno per loro sconosciute”.

La giusta osservazione non può che suscitare qualche considerazione su quanto la nostra società si sia modificata, e in modo repentino, negli ultimi tempi. Se, come inizialmente affermato, sono scomparse o stanno scomparendo professioni in voga nel passato, ne stanno però emergendo delle nuove. La rivoluzione tecnologica ha contribuito non poco a questi cambiamenti e ci ha offerto innovative attività quali programmatore, community manager, transmedia web editor, blogger. Tutti mestieri rispettabili ospitati dalla Rete; ad essi, purtroppo, se ne affiancano altri, meno degni ed a volte molto discutibili.

Oggi si parla tanto di haters [pronuncia: heiters]: la -s del plurale – ininfluente per l’italiano – sta ad indicare un insieme di persone: ci si riferisce infatti ad una categoria, famigerata, in campo mediatico. Dal verbo hate [pronuncia: heit], odiare in italiano, il vocabolo è un sostantivo per denominare colui/colei che odia, che prova avversione per qualcuno o qualcosa. Nel mondo dei media gli haters sono gli utenti che utilizzando nomi di fantasia si cimentano in commenti o esternazioni – anche attraverso filmati – che fanno trapelare immotivata avversione e rabbia per un determinato problema, e ancor più gravemente per una persona. I casi recenti di attacchi a personalità del mondo politico o dello spettacolo stanno riproponendo la gravità di questo fenomeno sociale.

Come li definisce correttamente Beppe Severgnini, questi individui sono “impulsivi digitali” poiché mancano di autocontrollo ed eccedono in emotività; inoltre essi si classificano in “aggressivi, offensivi, molestatori, odiatori a tempo pieno, bruti digitali”. Se a prima vista si potrebbe pensare che essi non siano altro che un gruppo di giovinastri dediti a qualche impresa goliardica o pronti a prendere in giro chiunque, le statistiche invece attestano che si tratterebbe di persone adulte, tra i trenta e i sessant’anni, affermate in campo lavorativo e con un tenore di vita medio-alto. “Internet ha fornito a tutti un pulpito e un altoparlante. – prosegue Severgnini – C’è chi lo usa bene e c’è chi lo usa male. Chi è nato dal 1990 in poi è cresciuto, fin dall’infanzia, con questo strumento. Chi è nato un po’ prima s’è abituato in fretta. Chi è nato molto prima – come il sottoscritto e tanti lettori – s’è trovato per le mani, di colpo, uno strumento formidabile. Quasi tutti abbiamo imparato a usarlo. Ma a qualcuno la novità ha dato alla testa”.

Questi individui sono certamente una minoranza, ma il loro atteggiamento spesso riceve consenso, diventa opinione diffusa tale da generare convinzioni generalizzate ed elevare i pregiudizi a certezze condivise. Ricorrere all’anonimato per insultare, eccedere con il risentimento, scagliarsi contro chi non può difendersi rappresenta una grave forma di violenza, che tutti dobbiamo condannare e combattere.

L’esempio degli haters induce però a riflettere sulla capacità che stiamo perdendo, in particolare nella società occidentale, a reagire nei confronti di ciò che accade attorno a noi. Se oggettivamente ci sarebbero tanti motivi per essere indignati, e tante sono le persone a cui indirizzare rimostranze o proteste, la strada intrapresa dagli haters non è quella giusta. A tutti i livelli assistiamo a ingiustizie, violenze, soprusi contro i quali le persone oneste dovrebbero alzare la voce e mostrare avversione. Purtroppo ci stiamo abituando a tutto, nulla sembra scalfire la nostra inamovibilità: la violenza che le notizie di cronaca continuano a raccontarci, i massacri di civili nelle zone di guerra sono diventate immagini vuote che scorrono davanti ai nostri occhi inebetiti.

Gli haters che si nascondono dietro la tastiera del computer non hanno il coraggio di, o non sanno, porsi in relazione: nascondendosi credono di poter conservare e proteggere le proprie convinzioni, accontentandosi di dare sfogo alla parte istintuale della loro personalità. Il loro comportamento riprovevole è da bandire perché essi dimenticano semplicemente di appartenere al genere umano.

“È il suo sguardo [quello di un altro essere umano] che definisce e forma noi stessi. Così come non possiamo vivere senza mangiare e dormire, non possiamo comprendere chi siamo senza lo sguardo e la risposta dell’altro. Il risultato del vivere in una comunità dove ciascuno ha deciso sistematicamente di non guardarsi mai l’un l’altro, comportandosi come se non esistessimo, sarebbe la follia o la morte” (Umberto Eco). ☺

 

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