in mezzo al guado    di Silvio Malic
2 Settembre 2012
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in mezzo al guado di Silvio Malic

 

Ciò che forse rimane come icona dello straordinario evento del Concilio ecumenico Vaticano II è l’immagine di quella sera dell’11 ottobre 1962, quando Giovanni XXIII, il Papa buono, dalla finestra del palazzo apostolico inviò una carezza a tutti i bambini della terra, suscitando un’ondata di tenerezza commossa, che, al suo sguardo, sembrava coinvolgere anche la luna. Enormi trasformazioni sono avvenute nella vita della chiesa: i processi della storia della Chiesa e della vicenda dell’umanità intera si sono avvicinati e intrecciati come forse mai prima era avvenuto, tanto da poter dire che il Vaticano II sia stato il “Concilio della storia”. Mai un’assise conciliare aveva prestato tanta attenzione alle sfide del tempo e mai la storia era entrata con tanta consapevolezza nell’autocomprensione della chiesa; mai gli stessi vescovi avevano avuto coscienza di essere essi stessi protagonisti di una svolta dalle conseguenze epocali.

La struttura fondamentale della riflessione conciliare, nella sua triplice articolazione, in rapporto al passato, al presente e al futuro della fede indica lo spessore di quanto avvenuto ma anche di quanto non ancora compiuto.

In rapporto al passato fontale della fede ha promosso una rinnovata coscienza del primato della Parola di Dio sulla Chiesa e sull’esistenza del credente. La Scrittura è colta come forza agente nel vivo delle mediazioni della storia; è da accostare con il profondo rispetto della sua sovranità, ma anche con tutta la verità delle nostre domande perché essa sia attualizzata nell’oggi. Il processo di ricezione della Parola di Dio nella vita e nella storia, a cui il concilio ha dato impulso, prospettava una comunità di cristiani adulti e responsabili, formata dall’ascolto della Parola; una comunità continuamente evangelizzata e, perciò, capace di evangelizzare.

In rapporto al presente, la vigorosa attenzione a quel “frattempo” o tempo intermedio tra il già della prima venuta di Cristo e il non ancora del suo ritorno, la coscienza dell’oggi, quindi, ispira l’istanza pastorale a fondamento di tutto ciò che il concilio ha detto, in una tensione spesso evidente fra mentalità legate al passato e alla sua conservazione e sensibilità aperte all’oggi di Dio nel tempo e nel futuro della Sua promessa. Qui alla chiesa conciliare si proponeva la maggiore scommessa, nelle parole di Giovanni XXIII, nel discorso di apertura: “Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.

 Il Vaticano II, sotto molti profili, appare come un nuovo inizio, più che un compimento; lo dimostra in particolare la netta differenza tra i testi preparatori (che i padri avrebbero dovuto approvare con qualche ritocco ma che furono tutti rifiutati) e quelli definitivi prodotti dal concilio, a partire dalla seconda sessione. Il processo di novità che si delineava soprattutto nella “prassi pastorale” delle chiese non è stato privo di difficoltà. Al tempo del “rinnovamento”, sognato nel primo dopo concilio, ha fatto seguito una nuova condizione  di “spiazzamento” a causa dei repentini cambiamenti delle società e del mondo dagli anni sessanta ad oggi, in particolare: il pluralismo delle culture, le nuove urgenze storico-politiche, l’urgenza del valore della prassi (ortoprassi) in continuità con una teologia (ortodossia) liberata però dal tradizionale monopolio culturale europeo, la regionalizzazione delle teologie in altri luoghi geografici di elaborazione (Africa, America Latina, Asia), la globalizzazione dirompente e l’urgenza di una nuova inculturazione della fede per la recezione delle sfide dei contesti e l’assunzione di nuovi linguaggi; la necessità, infine,  di mantenere reali legami di unità e di reciproca intesa tra teologie e prassi cristiane variamente contestualizzate.

In terzo luogo il concilio riscopre la tensione al futuro ultimo (escatologia) come dimensione costitutiva  e qualificante di tutta l’esistenza del popolo di Dio. L’avvenire della promessa tocca la chiesa in tutte le sue fibre come “l’aurora dell’atteso nuovo giorno che colora di sé tutte le cose” (J. Moltmann). La vocazione cristiana è tesa al futuro, come S. Paolo sottolinea costantemente e come l’uomo moderno sente nel profondo della sua fibra spirituale. Ma il tendere al futuro, storicamente non più promessa e compimento, è da tempo vissuto come paura, incapacità, smarrimento.

I profili teologici e i modelli di approccio con la storia provenienti dal lavoro del concilio, generarono al suo interno la nascita della quarta costituzione conciliare La Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et spes), che assumeva l’intento di Giovanni XXIII per un nuovo rapporto fiducioso con il mondo, fedele al suo metodo della “lettura dei segni dei tempi” e che Paolo VI, nella sua prima sua Enciclica Eccelsiam suam sul tema dl dialogo, riprendeva e riproponeva come tipico del rapporto e della presenza della chiesa nel tempo.

Nota anche Raniero La Valle: “Gli anni seguiti al Concilio non sono stati pari alle speranze che esso aveva suscitato. A non permetterlo è stato il tumulto della storia; però bisogna anche vedere in che cosa il Concilio aveva mancato il suo scopo, o almeno era rimasto indietro; non aveva sviluppato le potenzialità insite nella occasione che pure aveva colto. … Il primo cammino rimasto incompiuto è proprio quello dell’incontro con il mondo. Il Concilio in qualche modo è rimasto in mezzo al guado” (cfr. Se questo è un Dio, p. 236). Di questo specifico tema ci occuperemo nei prossimi numeri. ☺

 

i padri conciliari hanno scritto

 

Il rinnovamento prodotto, di cui noi cominciamo a sperimentare i frutti, nonostante la fatica dell’attuazione e i tentativi nostalgici di ritorno al passato, ci impegna ad approfondire i 16 documenti scritti dai padri conciliari (4 costituzioni, 9 decreti e 3 dichiarazioni).

Schematicamente possiamo dire che il Concilio ha riflettuto:

1) sulla comprensione che la Chiesa ha di se stessa nella costituzione Lumen Gentium;

2) sulla vita interna della Chiesa: a) la sua missione salvifica attraverso la liturgia, nella costituzione Sacrosantum Concilium; b) la sua funzione direttiva, nel decreto sui vescovi Christus Dominus e nel decreto sulle chiese cattoliche orientali Orientalium Ecclesiarum; c) il suo magistero, nella costituzione sulla rivelazione Dei Verbum e nella dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum Educazionis; d) i suoi diversi stati: sacerdoti, nei decreti Presbiterorum Ordinis e Optatam Totius; la vita religiosa, nel decreto Perfectae Caritatis; i laici, nel decreto Apostolicam Actuositatem;

3) sulla missione della Chiesa nel mondo: a) i suoi rapporti con la cristianità non cattolica, nel decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio; b) i suoi rapporti con i non cristiani, nel decreto Ad Gentes e nella diciarazione Nostra Aetate; c) i suoi rapporti con il mondo contemporaneo, nella costituzione Gaudium et Spes, nel decreto sui mezzi di comunicazione sociale Inter Mirifica e nella dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae.

 

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