incubatori di nuova politica   di Antonio Di Lalla
31 gennaio 2012
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incubatori di nuova politica di Antonio Di Lalla

 

Che è finita un’epoca l’ha percepito pure il mio computer. Comprato ai tempi delle incentivazioni berlusconiane è collassato irreparabilmente, mentre era in piena elaborazione questo numero. Il tecnico mi ha detto che nostalgia e affezione, piuttosto smodata, che avevo nei suoi confronti non l’avrebbero riportato in vita, che bisognava provvedere ad un altro completamente nuovo, senza potermi garantire durata ed efficienza. Immagine straordinaria ed emblematica dei governi e nazionale e regionale, passati e presenti, di cui vogliamo occuparci.

Occorre gettare le basi per una nuova e propositiva fase politica perché le cose cambino davvero. Una rivista di provincia, come la nostra, può denunciare, e lo facciamo, l’assurdità del divario di 400 volte tra il salario di un operaio e quello di un super-manager e la forbice tra il reddito procapite dei paesi del primo mondo e quelli in via di sviluppo (bell’eufemismo!) che era di 1 a 30 nel 1960 e oggi è di 1 a 130; l’incongruenza della missione di pace in Iraq, che ha prodotto la morte atroce di un milione e duecentomila persone innocenti, e della crescita esponenziale di acquisto di armi, per giunta nient’affatto efficienti come nel caso dei cacciabombardieri F35; l’insensatezza dello sfruttamento illimitato della terra, a scapito dell’ambiente, che sta producendo una crisi irreversibile nel nostro pianeta, della preoccupazione di stabilizzare la finanza e il mercato, distruggendo lo stato sociale, dello sfaldamento dei partiti di sinistra e il loro progressivo distacco dal territorio. Ma non basta, perché tutto ciò getterebbe solo in uno stato di profonda frustrazione e dichiarata impotenza.

Vogliamo essere incubatori di una nuova politica, partendo dal basso, favorendo la crescita di cittadini responsabili, discutendo e affrontando i problemi insieme, senza farci intimorire dalle caste di affaristi e benpensanti che tentano in tutti i modi, ma invano, di espropriarci delle nostre responsabilità. L’incontro a Termoli il 21 gennaio è andato in questa direzione. Siamo partiti dai costi della politica regionale proponendo uno stipendio onnicomprensivo dei consiglieri regionali e la loro riduzione significativa perché 30 consiglieri e 6 assessori sono decisamente troppi per 300 mila abitanti, in modo che alle ormai stanche chiacchiere possano seguire fatti significativi. Allo stesso tempo chiediamo di tornare al più presto alle urne, possibilmente con un nuovo statuto, perché i vizi riscontrabili alla recente tornata elettorale sono tutt’altro che di forma. A titolo esemplificativo, l’errore madornale dell’autentica della firma del consigliere (?) Romagnuolo, è inammissibile.

Servirebbe a poco, anche se necessario, fare i conti in tasca agli amministratori della cosa pubblica se non si chiedesse pane e lavoro per tutti. Oggi le aziende in Molise, per la sciagurata politica del governatore, vanno chiudendo. Le forbici che usava per tagliare nastri di inaugurazione in periodo elettorale oggi le usa con la stessa disinvoltura per i tagli ai posti di lavoro produttivi, non per gli sprechi. Sembra sempre di più una copia del comandante della nave Concordia. Ci sarà mai un giudice che gli chiederà conto del denaro che avrebbe dovuto usare per la ricostruzione delle zone terremotate e invece ha dilapidato? Per invertire la rotta le pagine della nostra rivista sono a disposizione di economisti seri e radicati sul territorio che vogliono lanciare proposte concrete per una ripresa produttiva del territorio elaborando progetti fattibili, alla portata di tutti, compatibili con la nostra terra.

Vogliamo riappropriarci della politica e perciò siamo stufi di sentir parlare e soprattutto difendere borse, spread, mercati e finanza. I governi non possono continuare ad essere alla loro dipendenza. Non ci facciamo illusioni sui governi tecnici, surfisti che vogliono cavalcare le onde, vogliamo nocchieri che tengano la direzione anche in mare burrascoso. E siamo altrettanto nauseati di un parlamento che in un carnevale anzitempo, o forse permanente, dopo aver creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, ha tripudiato per aver impedito il rinvio a giudizio di un inquisito del calibro del deputato Cosentino. “Se la legge è legge, il porco deve essere ritrovato e restituito”, sentenziava il contadino che non si rassegnava alla prospettiva di vedere vuota la sua dispensa. E lo diciamo anche noi che non ci sentiamo affatto rappresentati da un parlamento designato dall’alto, non eletto dal popolo.

A questo governo, che ha senza dubbio il merito di non farci deridere a livello internazionale, chiediamo di mettere mano alla riforma elettorale ora che la corte costituzionale, in omaggio alla stabilità, ha gettato nel cestino, con somma gioia dei segretari di partito, una volontà popolare che va ben oltre il milione e duecentomila firme raccolte per il referendum abrogativo del porcellum, mai nome più azzeccato per una porcata legislativa. Non vogliamo tornare alle elezioni con questa legge. A questo governo chiediamo altresì la riforma della giustizia, non nella direzione intrapresa per continuare a salvare dalle patrie galere i notabili, perché la legge, che non è uguale per tutti, torni ad esserlo. Non è possibile attendere anni perché un giudice si degni di guardare un fascicolo. “Se la legge è legge – continuiamo a ripetere con il contadino depauperato – il porco non può scomparire dietro ritardi, cavilli e codicilli”.

Avremmo dato volentieri a questo numero una leggerezza carnascialesca, ma, poiché in troppi hanno ridotto la loro vita a una carnevalata, non potevamo non ribadire che un mondo altro è possibile. Noi ci crediamo e perciò lottiamo.☺

 

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