Insegnanti sbaraccati
4 Agosto 2016
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Insegnanti sbaraccati

Mentre è in corso la raccolta firme destinata (speriamo) a rendere fattibile il referendum che intende abrogare i punti più controversi e discutibili della riforma renziana “La Buona scuola”, mi piace pubblicare (pur con qualche taglio dovuto alle esigenze di spazio) un bel contributo di Fabrizio Gatti comparso recentemente su L’Espresso.

Credo non abbia bisogno di tanti commenti, solo di un po’ di rispetto per chi ha dovuto letteralmente sbaraccare da casa propria e dai propri affetti nel giro di poche settimane, sentendosi pure addosso le accuse miopi e l’aria di sufficienza di un paese che pensa che questi insegnanti vogliono veramente troppo: l’ abbiamo fatto tutti, la smettessero di parlare come immigrati siriani, se hanno voglia di lavorare andassero dove il lavoro c’è, sennò lo cambiassero, che nessuno è indispensabile. Sì, ho letto anche questo sui social e sui giornali.

Leggete allora con attenzione queste righe, forse chiariranno un po’ meglio le idee sulla deriva verso cui sta andando la scuola italiana, senza gli stucchevoli pregiudizi di cui gli insegnanti sono vittime da una vita. Che noia, anzi, che dramma.

Benvenute al Nord. L’anno scolastico 2015/16 si sta concludendo anche per le migliaia di docenti ex precari che a settembre e a novembre, con due convocazioni distinte del ministero, hanno attraversato l’Italia. Dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania al Friuli Venezia Giulia, all’Emilia Romagna, alla Lombardia, al Veneto, al Piemonte. Un pesante sacrificio in cambio dell’immissione in ruolo a tempo indeterminato. Tra questi numeri di immigrati interni costretti a lasciare casa, un anno ancor più sofferto lo hanno affrontato le donne che in meno di dieci giorni, dalla chiamata all’entrata in servizio, hanno dovuto pianificare una nuova vita lontano dalla famiglia. E soprattutto dai figli, a volte molto piccoli.

Potremmo chiamarle le mamme della Buona scuola, dal nome con cui il ministro Stefania Giannini e il governo hanno presentato la nuova legge: l’Espresso le ha incontrate per sentire dalla loro voce come sono sopravvissute all’annus horribilis. Dal prossimo settembre però potrebbe andare addirittura peggio, con le conseguenze della mobilità obbligatoria alla quale vanno incontro: di fronte all’improbabile prospettiva di un riavvicinamento a casa, rischiano nel migliore dei casi di rimanere dove sono o addirittura di essere trasferite in un’altra regione. Dove ricominciare ancora una volta, un’altra vita. Daccapo.

Quale tasso di civiltà può pretendere un Paese che annulla ogni forma di tutela e obbliga una madre a staccarsi dai suoi bambini e dai suoi ragazzi? La domanda riguarda tutti noi: il governo di Matteo Renzi che ha deciso il provvedimento e gli italiani che in questi mesi a stragrande maggioranza hanno condiviso i trasferimenti forzati come un fatto normale e necessario, nell’era della disoccupazione galoppante e del lavoro pagato a voucher.

“Spero che possa festeggiare con la sua famiglia, con i suoi cari, con i suoi amici. Brindo metaforicamente al suo lavoro”, è scritto nella lettera che il presidente del consiglio ha fatto arrivare ai neoassunti della Buona scuola. Festeggiare? Brindare? Francesco, 10 anni, dopo i primi mesi di assenza della mamma, Pasqualina Nunneri, 46 anni, maestra elementare spedita da Napoli a Milano, le confida: “Mamma, mi congelerei adesso e mi scongelerei a giugno, quando ritorni”. Di fronte al desiderio di ibernazione di un bimbo basterebbe almeno il grazie sincero del presidente della Repubblica a nome degli alunni, dei genitori, dei docenti mai partiti da casa, dei dirigenti scolastici, del ministro, del governo, degli italiani: perché è grazie al sacrificio personale di bambini come Francesco e di famiglie come la sua che la scuola italiana, anche quest’anno, ha potuto funzionare. Ma quel ringraziamento collettivo non si è sentito.

Le mamme-insegnanti sono consapevoli dell’opportunità storica di cui hanno beneficiato: l’immissione in ruolo a tempo indeterminato. Più che a un’offerta di assunzione, però, hanno dovuto rispondere a un brutale ricatto economico: accettare subito e partire o rinunciare per sempre al lavoro nella scuola, anche dopo quasi vent’anni di attività come docenti precari. “Basterebbe estendere il tempo pieno al Sud per risolvere il sovrannumero di insegnanti rispetto agli incarichi disponibili”, dice Ermanno Infantino, 45 anni, promotore di un forum su Facebook che riunisce familiari e docenti, un anno da single forzato a Palermo, la moglie maestra inviata a Milano e due figli a carico di 19 e 13 anni rimasti con il papà: “Ho scoperto che al Nord c’è bisogno di personale perché lì il tempo pieno è ovunque, mentre al Sud non si fa. Lo fanno soltanto le scuole private. Così le donne lavoratrici portano i figli alle private. Se si facesse il tempo pieno al Sud, ci sarebbe la possibilità di integrare molti più insegnanti”.

Basta la statistica del ministero dell’Istruzione a dargli ragione. Tempo pieno nel Lazio: 52,8% degli alunni. Lombardia: 50,3%. Toscana e Piemonte: 49,7. Emilia Romagna: 47,8. Liguria: 47,5. Friuli Venezia Giulia: 39,9. Veneto: 32,2. Campania: 11,1. Sicilia: 7,2. E Palermo: 4,5. Contro il 90,4% di Milano. La lobby della scuola privata ringrazia. E ancora una volta, nella storia italiana, gli emigranti del Sud garantiscono l’efficienza dei servizi al Nord e al Centro.

Ciascuna delle mamme che abbiamo intervistato sta lavorando a una distanza media di quasi mille chilometri da casa. Nessuna ovviamente si è portata bimbi e ragazzini al seguito, dovendo per ora insegnare in sedi provvisorie e non potendo sopportare ulteriori costi di asili nido o baby-sitter. Carmen Profeta, inviata in provincia di Pordenone, ha lasciato in Sicilia due figlie di 21 e 11 anni: da Catania ad Aviano sono 1.378 chilometri. Alessandra Esposito, 46 anni, professoressa di diritto, ha un figlio di 14 anni di cui è genitore unico dopo la morte del padre: 815 chilometri da Salerno a Parabiago, appena fuori Milano. E così tante altre.

Spesso sono i papà a dover lavorare lontano dalla famiglia. Che lo facciano anche le donne, non è segno di emancipazione nelle pari opportunità? “No, questa non è più parità”, risponde la professoressa Profeta, seduta ai tavolini nella tranquillità di piazza Cavour a Pordenone, “perché io sono qua e non sto aiutando la mia famiglia. È mio marito con il suo stipendio a sostenere tutta la famiglia. La mia paga è di circa milleduecento euro al mese e se ne va quasi tutta in spese. Quattrocento euro per l’affitto del monolocale. Più le spese per mangiare, i trasporti locali. Vivere qui è costoso. E poi duecento euro di aereo per tornare ogni tanto a Catania, dalle mie figlie, da mio marito: una volta al mese, di più non me lo posso permettere. Ho sentito qualcuno dire che ci danno indennità di trasferta e sconti sui viaggi. Non è vero, prendiamo le stesse cifre dei colleghi che lavorano a due passi da casa”. Non ha provato a sottrarsi al trasferimento? “Non c’era altra scelta. Ci hanno detto che avrebbero chiuso le graduatorie a esaurimento”. Si è mai sentita in colpa per la sua scelta? “Sì, ci sono dei momenti in cui penso che ho sbagliato, che ho fatto soffrire la mia famiglia, perché loro pagano più di me. Vede, io non sono contro il lavoro a distanza. Ma dovrebbe riguardare colleghi appena laureati, che devono ancora fare esperienza. Io sono una madre di famiglia, ho 52 anni, due figlie, ventitré anni di matrimonio e undici di insegnamento nelle aree più difficili della Sicilia. Alla mia età si hanno anche i genitori anziani e malati da accudire. E ti cade addosso la mannaia: prendere o lasciare. Ringrazio i colleghi friulani che mi hanno aiutata. Mi hanno accolta in un ambiente di lavoro davvero bello. All’inizio alla maniera friulana, gentile ma un po’ riservata. Poi però con grande calore”.

Una mamma che ha due figlie piccole con la febbre a trentanove di solito è accanto a loro. Ma Paola Sarnelli, napoletana anche lei, partita da Portici per Milano come insegnante di sostegno, oggi non può raggiungerle. “L’opinione comune è che ci abbiano regalato il ruolo senza nessun sacrificio in cambio”.

Alessandra Esposito, professoressa di diritto abilitata dal 1999, è spaventata dalla solitudine in cui ha dovuto lasciare suo figlio, 14 anni, terza media, adolescenza incombente. E dal fatto di essere genitore unico, dopo la morte del compagno.

E infine il no corale alla domanda fatidica: ma voi vi trasferireste per sempre dove il ministero vi ha mandate? La professoressa Profeta è l’unica a pensarci su: “Ho sempre visto il mio lavoro a Catania come un tassello della Sicilia sana che vuole riscattarsi. Andare via significa rinunciare a questa funzione civile. Ma io ho 52 anni. Se rifletto, vedo che ci si è presentata una svolta nella vita. Il Friuli mi ha accolto bene. Trasferirci qui sì, io e mio marito ci stiamo davvero pensando. E siamo molto combattuti”.☺

 

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