Intrecci di rigenerazione
4 Marzo 2020
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Intrecci di rigenerazione

Nel Molise di questi ultimi anni si sono diffuse alcune esperienze di piccole comunità femminili che si sono concentrate sul recupero di attività storicamente diffuse nei piccoli paesi e negli agglomerati rurali che vorrei utilizzare qui come spunto per una riflessione più ampia sulle potenzialità dei gruppi informali e delle pratiche tradizionali condivise come elementi di rigenerazione collettiva e di ragioni per rimanere.

È del 2018 l’idea delle “uncinettine” di regalare a Trivento un Albero di Natale composto di 1.300 pezzotte di lana colorata realizzate appunto all’uncinetto nell’ambito del progetto “Il filo che unisce” che ha visto giungere in dono, nel paese di poche centinaia di abitanti in provincia di Campobasso, piccole mattonelle di lana da tutta Italia e persino da donne emigrate. Nel 2019 l’albero di pezze di lana è stato emulato da diverse località italiane che si sono cimentate in realizzazioni ancora più grandi e complesse basate sempre sul lavoro condiviso delle donne che sferruzzano. Nel caso di Trivento l’obiettivo dichiarato è quello di realizzare un prodotto bello e poetico capace di attrarre attenzione e visitatori nel piccolo comune che in effetti ha ricevuto notevole visibilità nazionale grazie alla bella realizzazione artigianale.

Nello stesso anno è iniziata a Castelbottaccio un’esperienza creativa che ha visto le donne del piccolo Comune organizzarsi in gruppi informali volti alla trasmissione e ripresa dell’usanza, un tempo assai diffusa in paese, di sferruzzare insieme; una pratica tra l’altro condivisa con le donne curde presenti nella comunità grazie a un progetto di accoglienza attivato negli anni precedenti. È nato così il gruppo “INTRECCI Molise: knitting di rigenerazione” che ha poi promosso proprio nell’estate del 2018 la creativa esperienza della “striscia che unisce”: una lunga banda di lana realizzata all’uncinetto di circa tremila metri per unire la comunità di Castelbottaccio a quella di Lupara, storicamente legate da relazioni, parentele, collaborazioni lavorative che si sono volute tradurre nella realizzazione di questo simbolico nastro artigianale di ricongiungimento e rigenerazione contro gli spopolamenti, le fratture e il senso di perdita e di abbandono che rischia di impossessarsi delle comunità dinanzi all’emigrazione di nuovo inesorabile delle giovani generazioni, alla incrinatura del sistema dei servizi primari per i paesi più isolati, alla “disperanza” – come recentemente l’ha definita un acuto e denso osservatore delle “restanze” come Vito Teti che ha osservato con occhi da etnografo e da poeta, verrebbe da dire, i paesi abbandonati e svuotati della Calabria interna.

Collaborazione e solidarietà

Nell’impresa dello “knitting di rigenerazione” è stato forte e consapevole l’elemento politico di coesione e mutuo aiuto tra donne di nazionalità diverse come forma di “artigianato della solidarietà”. Per realizzare entro luglio 2019 i tremila metri di striscia di lana colorata che sarebbero poi stati appesi agli alberi e ai pali che punteggiano la strada tra i due paesi, è stata mobilitata una rete che ha visto arrivare rotoli realizzati da donne emigrate nel Nord America così come in Argentina molti decenni prima. Alcune di esse hanno inviato testimonianze molto forti, commosse, perché realizzare la loro parte di striscia significava per loro sentirsi parte ancora di una comunità lontana, ma ancora viva e importante nella propria memoria migrante. Contemporaneamente si diffondevano le attività informali di formazione delle giovani generazioni, i laboratori di knitting che vedevano le donne più mature insegnare alle più giovani e alle bambine e ai bambini a fare l’uncinetto e a condividere l’esperienza collettiva che stava maturando. Più recentemente il collettivo “Intrecci Molise: knitting di rigenerazione” ha organizzato una “campagna speciale di solidarietà per il popolo curdo contro l’aggressione armata di ISIS e della Turchia alla rivoluzione femminista, ecologista, laica e libertaria del Rojava”, impegnandosi a realizzare manufatti in lana lavorati a maglia e all’uncinetto (sciarpe, scialli, cappelli, tappeti, coperte) da vendere in mercatini locali e a inviare il ricavato come sostegno per i campi profughi in Siria.

Sul filo di lana

Quest’ultimo aspetto fornisce lo spunto per alcune riflessioni di carattere più generale su queste iniziative che condensano in un’attività contemporanea di salvaguardia di antiche pratiche di cultura materiale e la valorizzazione del riposto lavoro femminile nelle comunità in forme al tempo stesso capaci di una implicita assertività politica e di una sobria presa di coscienza della forza insita in gruppi informali come questi. Recentemente ha scritto non a caso di questo aspetto una economista e studiosa delle politiche della contemporaneità  – Loretta Napoleoni – in un testo dal titolo Sul filo di lana. Come riconnetterci gli uni con gli altri che raccoglie riflessioni e annotazioni storiche sul valore politico e di rigenerazione comunitaria connesso allo sferruzzare in comune, alla condivisione di una pratica come questa.  Se mentre si lavora a maglia, infatti, affiorano facilmente narrazioni e racconti sulla propria vita e vicenda individuale e familiare, al tempo stesso la pratica può essere pensata come metafora perfetta in termini economici e politici.

Ricostruendo la nascita del lavoro a maglia nella remota antichità come pratica rudimentale di preparazione di semplici indumenti e coperte, l’autrice giustamente riconnette poi questo insieme di attività artigianali alla storia “alta” – almeno per quanto concerne l’Italia – delle corporazioni della lana medievali e rinascimentali che hanno fatto in molti casi la forza di alcune grandi città storiche italiane. Il viaggio delineato da Napoleoni riporta alla memoria le tricoteuses che sferruzzavano nelle piazze francesi in attesa delle esecuzioni nel periodo della Rivoluzione francese o le “api che sferruzzano” che precedettero e accompagnarono la rivoluzione americana. La sua ricognizione storica delle pratiche implicitamente politiche dello knitting riconduce agli indumenti di lana confezionati a mano dalle donne americane per i soldati della Grande Guerra o ancora alle spie-magliaie della Seconda Guerra mondiale quando i dritti e i rovesci della tessitura servirono in alcuni casi al trasferimento di messaggi segreti oltre i sistemi della sicurezza militare. Al tempo stesso il lavoro a maglia rinvia, nella ricostruzione di Napoleoni, alla sua pratica da parte del movimento hippie come strumento e segno di rifiuto dell’omologazione e del consumismo del sistema capitalista: una critica fatta di fili intrecciati che si protrae ancora oggi nei knitting revolutionary circles o nell’opera di alcune artiste che hanno elaborato una pratica artistica e creativa del ricamo, dello knitting e altre forme di storie sul filo come modalità di presa di coscienza di sé e del proprio ruolo nelle vicende più ampie delle collettività, di elaborazione delle vicende di abbandono, sofferenza, trauma in alcuni casi.

Nuovi percorsi

Si afferma così un nuovo senso di appartenenza, di uscita dai cliché della moda consumistica, si riscoprono antichi (e al tempo stesso nuovi) modi dell’espressione artigianale, si rivalutano queste pratiche non più come attardamento e sottomissione femminile, ma anzi come attività fuori dagli stereotipi, capaci di suggerire percorsi di patrimonializzazione e trasmissione di queste pratiche e indicare strade di recupero, continuità contro la destrutturazione, in buona sostanza, resilienza.

C’è una forza implicita, radicalmente non violenta e al tempo stesso capace di costruire reti di cooperazione, intrecci, per l’appunto nelle culture della filatura e della realizzazione di capi ai ferri e all’uncinetto. Al tempo stesso ci sono spinte, sempre più consapevoli e globali verso una pratica collettiva dello knitting e delle arti minori, ma non per questo meno importanti del fare a maglia come modo di fare collettivo, di condividere una attività comune e al tempo stesso preziosa di socialità e di cura, di trasmettere tecniche, condividerle e perfezionarle che si costituisce in un mondo sempre più attraversato da consumismo, meccanizzazione e solipsismo come una modalità minuta e al tempo stesso preziosa di ricucitura delle smagliature, di riconnessione delle comunità, calda come una striscia di lana.☺

 

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