La biodiversità da coltivare
4 Febbraio 2021
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La biodiversità da coltivare

Le aziende agricole che scelgono di fare agricoltura biologica si trovano spesso a dover affrontare il problema del reperimento della semente. Fare bene il biologico significa infatti rivedere completamente il proprio modo di coltivare la terra: si decide consapevolmente di rinunciare a determinati mezzi tecnici (pesticidi e concimi azotati di sintesi in particolare) e questo, soprattutto per alcune colture, ad esempio il grano, implica l’adozione di una tecnica colturale completamente diversa e mirante soprattutto a valorizzare la naturale fertilità del suolo e la sua capacità di generare la vita. Anche reperire la semente adatta per il biologico è quindi un problema: le varietà selezionate a partire dagli anni ’50-60 dello scorso secolo sono state infatti “costruite” per rispondere bene ai concimi di sintesi!

A ciò si aggiunge che gli agricoltori sono stati disabituati a riprodurre da sé la propria semente. Dopo che, per millenni, hanno contribuito nei loro territori a far nascere una alla volta le varietà locali, che sono quindi il frutto di un lento lavoro di evoluzione, adattamento e selezione, nel corso dello scorso secolo è comparsa anche in questo campo la divisione del lavoro: il seme viene selezionato dopo un miglioramento genetico fatto da enti pubblici (ultimamente sempre meno), o privati (ultimamente sempre più multinazionali, specie nel campo delle colture per l’industria), e la moltiplicazione avviene in aziende specializzate.

La gran parte degli agricoltori hanno subìto quindi, quasi senza rendersene conto, una vera e propria “espropriazione” del diritto a riseminare sui propri terreni la piccola parte del prodotto necessario per il raccolto dell’anno seguente. A giustificare questo processo ci sono anche motivi con una loro validità: ripulire il seme dalle infestanti, stoccare il prodotto da destinare alla risemina richiede una certa organizzazione aziendale, così come evitare il rischio di trasmettere alle piante malattie provenienti da un seme non adeguatamente conservato e protetto.

Ma questo processo di “espropria- zione” ha determinato infine un fatto assolutamente negativo: la diminuzione della biodiversità coltivata, e in particolare l’“erosione genetica”, fenomeno per cui  all’interno di una determinata specie coltivata si verifica una riduzione della base genetica a causa dell’intervento umano o di un cambiamento climatico. Le varietà moderne di grano ad esempio, anche se ogni anno ne vengono registrate molte nuove denominazioni, sono in realtà spesso imparentate tra loro, differiscono per pochi caratteri l’una dall’altra; al loro interno sono (anzi “debbono essere” secondo il pensiero dominante e le leggi sementiere) tutte uniformi, ed hanno quindi in sostanza una base genetica stretta nel loro complesso.

Ma perché dobbiamo invertire questo processo e puntare a far crescere la biodiversità coltivata? Oltre al fatto che ciò si traduce nella ricchezza, nella varietà e nella tipicità dei cibi che derivano dai prodotti agrari, quindi nella possibilità di valorizzare i diversi territori e di avere una alimentazione che, proprio perché più varia, è anche più salubre, c’è una motivazione ecologica di fondo che sottolinea l’importanza di avere una grande biodiversità coltivata: più è varia, “biodiversa” la realtà vivente (vegetale, animale, microbica) di un sistema, maggiore sarà la stabilità del sistema, la capacità di contrastare fenomeni avversi (un evento climatico distruttivo, una malattia epidemica…). Insomma è una garanzia di sostenibilità, un elemento importante della sicurezza alimentare. Non a caso anche nel Green New Deal dell’Unione Europea viene indicato, tra gli obiettivi per il futuro, il miglioramento della biodiversità naturale in generale e coltivata in particolare.

Si comincia a capire oggi l’ importanza di salvaguardare, ed anzi rinvigorire, quella che è la biodiversità coltivata, ma, a nostro parere, ciò può avvenire solo se questa biodiversità si rimette nelle mani degli agricoltori e si dà loro lo stimolo e la spinta per ricominciare il lavoro di selezione e quindi miglioramento della propria semente.

La circolazione dei semi e dei loro geni è necessaria e quindi è importante anche creare occasioni in cui questo possa avvenire, specie tra agricoltori che vivono in zone limitrofe. La fiera, lo scambio, il mantenimento di una banca dei semi aziendale o comune tra aziende degli stessi territori sono tutti fattori che contribuiscono a mantenere un’ampia biodiversità con ampia base genetica.

L’agricoltura biologica è il modello agricolo che può rappresentare il “traino” di questo recupero e riscoperta della biodiversità, proprio perché è il modo di produrre che più ne ha bisogno. La biodiversità coltivata si salva non solo andando a recuperare, laddove ancora esistono, vecchie varietà o accessioni locali (in Molise abbiamo un vero e proprio “maestro” di questa attività, Michele Tanno, oltre ad una raccolta di accessioni vegetali presso l’ARSARP), ma anche riseminando varietà commerciali di 40-50 anni fa per esempio, ormai fuori moda, ma che possono, rimesse nelle mani degli agricoltori, riprendere ad evolvere e migliorare; infine una pratica importante che AIAB Molise in collaborazione con la Rete Semi Rurali ha introdotto ormai da 10 anni nella nostra Regione è quella di coltivare i “Miscugli” o “popolazioni evolutive” che originano da incroci fatti nelle banche del germoplasma (nel nostro caso quelli dell’ICARDA di Aleppo, portati in Italia da Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando) e che poi vengono consegnati agli agricoltori e si evolvono gradualmente nelle loro aziende biologiche adattandosi alle loro condizioni di coltivazione con ottimi risultati. Fare agricoltura biologica non è quindi semplicemente recuperare la saggezza agricola del passato, ma anche portare le innovazioni derivanti dalle conoscenze in tema di ecologia che abbiamo acquisito più recentemente.

Per tutti questi motivi pensiamo siano da incentivare il più possibile iniziative quali: a) la diffusione di tante piccole banche del seme all’interno delle aziende agricole biologiche, b) l’organizzazione di giornate di condivisione e scambio delle sementi tra agricoltori ed hobbysti. Come AIAB Molise abbiamo sperimentato nello scorso mese di settembre, nel rispetto delle precauzioni dettate dal Covid, una iniziativa di questo genere in quel di Boiano presso la Fattoria Griot della coop. Sociale Hayet. La nostra idea è di proseguire negli anni in questa attività su tutto il territorio molisano.

Un Biodistretto è un luogo vocato per definizione nel sostenere questo genere di iniziative e Larino, con la sua tradizionale Fiera Agricola di Ottobre, può essere la vetrina ideale.☺

 

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