La buona salute mentale
16 Novembre 2015
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La buona salute mentale

In una regione in cui i cittadini si dannano l’anima per cercare una risposta adeguata ai problemi della salute fisica propria e dei propri cari, occuparsi di salute mentale sembra fuori luogo. Eppure non lo è perché, qui e nel resto del mondo, registriamo un crescente disagio psicologico e psichico della popolazione. Basti pensare che, secondo una recente valutazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2020 la depressione salirà al secondo posto tra le malattie causa di invalidità e sarà preceduta solo dalle malattie cardiovascolari. Non lo è perché nel Molise dei primati negativi, c’è una storia lunga 30 anni di impegno politico, civile e professionale su questi temi. Una storia che ha rappresentato una vera eccellenza e che rischia di essere dispersa.

Per chiarire le ragioni di questa mia incursione su un terreno tanto delicato, bisogna risalire alla prima metà degli anno ‘80 quando, in applicazione della legge Basaglia e di specifiche norme attuative della Regione Molise, furono aperte una quindicina di case-famiglia. A quell’operazione partecipai come sindaco di Casacalenda e lì, spinto da una forte vicinanza alle ragioni della psichiatria sociale, feci la mia parte per l’apertura della Comunità “Il Casone”, affidata alla cooperativa “F. Nardacchione” che aveva accumulato una grande esperienza nell’assistenza domiciliare agli anziani, nella quale furono accolti sia i cosiddetti “manicomiali”, sia i “nuovi cronici”.

In quell’esperienza coinvolgemmo, su iniziativa di Angelo Malinconico, Benedetto Saraceno, all’epoca collaboratore di Franco Basaglia, il quale ha recentemente ricostruito quella vicenda in un pregevole scritto inserito in Comunità Terapeutiche per la salute mentale a cura di Malinconico e Prezioso, dal quale traggo qualche brano. “Tanti anni fa a Casacalenda, – scrive Saraceno – un piccolo gruppo di giovani determinati, coraggiosi e gioiosi; idee non molte ma molto chiare: essere malati di una malattia mentale non deve precludere il diritto a vivere, a scambiare affetti, a fruire di luoghi e tempi di vita quotidiana dignitosi. Sullo sfondo le grandi idee dei grandi maestri: de-istituzionalizza- zione, diritti, ri-storicizzazione, banalità e santità della vita quotidiana… Tanti anni fa a Casacalenda, comunque, malgrado differenze personali, biografiche, culturali, ideologiche c’era un’idea comune e fondamentale: la psichiatria è un fattore di rischio e noi operatori della psichiatria vogliamo invece divenire un fattore di protezione”.

Noi amministratori pubblici, la cooperativa “Francesco Nardacchione” e quell’ampia parte di popolazione non troppo spaventata dalla chiusura dei manicomi eravamo lì per offrire, a chi si proponeva come “fattore di protezione”, uno strumento di terapia aggiuntiva fondamentale: una robusta rete di relazioni umane tra psichiatri, operatori socio-sanitari, ospiti del “Casone” e cittadini.

In trent’anni sono accadute molte cose in questo nostro Molise: le case-famiglia hanno cambiato definizione e acronimo e molto spesso hanno innalzato la qualità delle prestazioni, evolvendo anche la tipologia degli ospiti. Oggi sono Comunità Riabilitative Psichiatriche; molto si è fatto ma molto occorre fare, per non rischiare di adagiarsi sugli allori e restare inchiodati ad una “rivoluzione” che oggi rivoluzione non è più. La sfida è quella di farle diventare vere comunità terapeutiche.

Da tempo esiste una Rete regionale per la tutela della salute mentale, composta da utenti, associazioni, cooperative e operatori dei tre Dipartimenti di Salute mentale, che sostiene l’ implementazione sul territorio di attività terapeutiche di buon livello. Queste attività, svolte con solo il 50% delle risorse previste dalla normativa nazionale e regionale, possono e debbono essere ulteriormente qualificate con una modica spesa aggiuntiva e con una programmazione pluriennale che consenta di fronteggiare al meglio l’aumento dei disturbi mentali del prossimo futuro.

Qui entrano in campo il ruolo e le responsabilità della politica e delle istituzioni regionali, che devono decidere cosa fare di questa trentennale esperienza. Possono girarsi dall’altra parte, impegnati come sono a spendere interi lustri intorno a interminabili conflitti con i ministeri, o dotarsi di un vero piano sanitario, all’interno del quale investire qualcosa in più in questo settore, con l’obiettivo di costruire un primato nazionale nella tutela della salute mentale. Ma la condizione necessaria per porsi e raggiungere concretamente questo traguardo è quella di uscire dalle pastoie della nostalgia, che rischia di ingabbiarci e di non farci camminare al passo con l’evoluzione dei tempi, dei Soggetti fruitori, degli impegni che gravano sempre più sui Dipartimenti. Le sfide e le richieste premono: gli ex ricoverati negli OPG, le nuove dipendenze che si intrecciano con la patologia psichiatrica, gli esordi precoci delle patologie gravi, le drammatiche richieste dal mondo della terza e quarta età.

Se davvero cerchiamo un nuovo inizio, dobbiamo occuparci di tutto questo e cogliere principalmente le esigenze dell’ infanzia e dell’adolescenza, bollando come inaccettabile e incivile l’assenza di un servizio di neuropsiachiatria infantile in parti assai ampie del territorio regionale.☺

 

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