La busta
12 Febbraio 2020
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La busta

È Natale e, mentre il pranzo sta volgendo al termine, i bambini si tuffano anticipatamente nell’impaziente consegna dei regali. Tra le mani mi giunge una busta, per me e mia moglie – si sa che a noi meridionali la “busta” è sempre molto gradita – apro e… vi trovo un certificato di adozione.

Che pensiero carino! È il pensiero che hanno avuto per noi (e non solo) i miei cognati Marzia e Francesco che vivono a Roma – spero per questo di non essere indagato come il sindaco Gentile di Castel del Giudice (IS). Non è come immaginate: è un’adozione particolare che riguarda l’ambiente, ma anche la cultura e il lavoro. Ah, dimenticavo! Abbiamo ricevuto l’adozione di una pecora di Montèbore. Sì, avete letto bene, una pecora! Ho intuito quasi subito il fine, ma la curiosità era tanta che mi sono subito appartato dal resto dei parenti per approfondire il tema. Smanetto su internet e trovo il corrispondente sito www.vallenostra.com che mi offre delucidazioni in merito.

Non è una tipologia di pecora in via di estinzione, ma il suo formaggio sì! Per questo il progetto dell’adozione è finalizzato al sostentamento di una pecora, alle sue cure, o all’acquisto di attrezzature per il lavoro; l’animale potrà così vivere libera nei pascoli appenninici della Val Borbera tra Piemonte e Liguria. Significa altresì riservarsi un prodotto eccezionale, e al contempo salvaguardare culture, paesaggi ed economie dal degrado e dallo spopolamento, diventando testimoni dell’amore per il cibo vero e lento.

Il formaggio di Montèbore, per secoli, è stato prodotto ed esportato verso Liguria e Lombardia, poi nel ‘900 se ne è persa gradualmente ogni traccia. Dal 1997 si è cercato di recuperarlo con un progetto di filiera casearia approvato dalla Comunità Europea: sono stati necessari il lavoro di due giovani, Roberto e Agata, una accurata ricerca e l’esperienza di alcune anziane signore della zona, depositarie dell’antica tecnica casearia. Il formaggio è così rinato.

Nel 1999 il Montèbore viene, timidamente e orgogliosamente, presentato alla famosa rassegna “CHEESE”- che Slow Food organizza annualmente a Bra (CN) – nella sua totale produzione mondiale di sette forme, attirando l’attenzione generale.

Il Montèbore è un formaggio molto antico e prende il nome da un piccolo paese. È un sopravvissuto che parla del passato, ha lottato per non conoscere l’estinzione, per non sparire dal mondo del gusto e della qualità. Viene realizzato miscelando latte crudo al 70% vaccino e il restante 30% ovino; la cagliata viene rotta con un cucchiaio di legno, posta in formelle, rivoltata e salata. Dallo stampo vengono estratte tre forme del diametro decrescente che sono poste a stagionare l’una sopra le altre assumendo la forma di una torta nuziale. A completare il progetto vi è un semplice certificato che ne attesta l’adozione, e una volta l’anno la famiglia “adottiva” potrà richiedere un cesto di prodotti che ha contribuito a far produrre.

È un progetto semplice, e sicuramente non unico, ma quante di queste iniziative vengono pubblicizzate? Penso a come sarebbe carino importare un progetto simile anche qui da noi in Molise, in collaborazione con Slow Food o altra associazione oppure con l’Università che tanto è presente sul territorio. Potrebbe riguardare la tanto decantata capra di Montefalcone o i cavalli Pentri. Dare lavoro e rivitalizzare i piccoli centri.

Anche io in modo analogo mi sono fatto un piccolo regalo, come ogni anno. Stavolta ho aderito al progetto Art Bonus del MIBACT, finanziando con una piccola cifra, detraibile dalle imposte per il 65%, il progetto di ristrutturazione del Piccolo Teatro LOTO di Ferrazzano (CB), diventando così un mecenate del patrimonio culturale.

Ecco due gesti diversi ma simili che hanno l’intento di tenere vive zone interne della nostra penisola, cercando di aiutare la cultura e il paesaggio.☺

 

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