La dignità umana
30 Ottobre 2014
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La dignità umana

La triste vicenda della RSA Villa Flora di Montaquila (IS), balzata agli onori delle cronache nazionali e locali per presunti episodi di maltrattamenti, lesioni, percosse, sequestro di persona a danno di pazienti anziani e disabili fisici e psichici, pone una serie di inquietanti interrogativi e doverose riflessioni.

Al di là di qualche logica perplessità sul fatto che le indagini degli inquirenti siano durate oltre un anno dalla prima segnalazione – a fronte di comportamenti così gravi è davvero necessario tutto questo tempo per adottare provvedimenti cautelari nei confronti dei presunti colpevoli, lasciandoli nel frattempo perpetrare i loro comportamenti in totale tranquillità? -, il fatto che più sconcerta è il contesto collettivo in cui si sarebbero verificate le azioni criminose.

Infatti, pare che la struttura sia in grado di ospitare circa 180 pazienti tra anziani e persone con disabilità (anche se pare che il numero di persone a vario titolo residenti fosse superiore alla capienza massima) e dia lavoro a 60 persone. Possibile che nessuno tra pazienti in grado di intendere e di volere, tra i familiari o gli operatori abbia mai notato nulla, abbia mai trovato il coraggio di denunciare o si sia sottratto al protrarsi indisturbato di condotte così disumane?

Il silenzio attorno a cui si sviluppano queste vicende, si tratti di rsa o di asili nido, è sconcertante ed incomprensibile. È un momento di follia collettiva, un’abdicazione alla propria umanità, un’inerte omertà? Possibile che i criminali abbiano agito indisturbati per un periodo così lungo di tempo, maltrattando esseri umani non in grado di difendersi pienamente? Le autorità inquirenti dovrebbero offrire anche le risposte a queste terribili domande, perché solo indagando a fondo anche su questi aspetti si potrà capire quali strategie porre in essere perché fatti come questi non si ripetano più.

Siamo tutti naturalmente destinati a divenire anziani e meno autosufficienti, alcuni di noi per condizione personale fisica o psichica non lo sono a prescindere, eppure abbiamo tutti bisogno di sapere che la nostra dignità umana venga rispettata dal momento in cui ci affacciamo alla vita fino al momento in cui cessiamo di respirare, perché nessun uomo deve essere messo in condizione di avere paura del proprio futuro.

Per questo è importante che lo Stato garantisca a ciascun individuo non autosufficiente il diritto di scegliere con serenità come trascorrere il proprio futuro, ossia consentire di essere assistiti in casa nella totale sicurezza  oppure il diritto ad essere accolti in una struttura adeguata che non sia un ghetto (o peggio, un lager). Non esiste una via che sia migliore dell’altra, esiste soltanto un unico modo di concepire il concetto di assistenza, ossia agevolare la scelta della persona interessata nella maniera migliore possibile, nella consapevolezza che in entrambi i casi il valore della dignità umana sia custodito ed esaltato.

Soltanto partendo da questo presupposto si possono trovare le risposte alle potenziali criticità che i due modelli assistenziali pongono, legate essenzialmente alla condizione di abbandono in cui può scivolare una persona non autosufficiente. In queste vicende è un dato di fatto che le istituzioni parlano troppo spesso di cifre e troppo poco di standard qualitativi, legati alla qualità della vita dell’individuo ed all’utilizzo delle sue capacità residuali.

Occorre inoltre prendere tristemente atto del fatto che l’assistenza agli anziani ed alle persone con disabilità non è un lavoro che tutti possono fare e che occorre una particolare vocazione sociale ed umana che non tutti possiedono. Di conseguenza, le istituzioni dovrebbero conoscere a fondo tutti gli operatori, pretendere il rispetto di standard non solo quantitativi, ed ogni tanto ricordarsi di fare qualche controllo. È una constatazione talmente ovvia che troppo spesso la si dimentica.☺

 

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