La disonesta ricchezza
10 Settembre 2020
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La disonesta ricchezza

“Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Queste strane parole costituiscono la morale conclusiva di una parabola altrettanto strana che solo Luca racconta: quella dell’amministratore disonesto che, scoperto dal padrone a scialacquare i suoi beni e licenziato in tronco, cerca di conquistarsi la benevolenza dei creditori del padrone, facendo loro lo sconto sul credito. Il padrone scopre anche quest’ennesima ultima frode ma, a sorpresa, anziché inasprire la punizione, loda l’amministratore perché è stato scaltro in quanto si stava apparecchiando un futuro sicuro, per la gratitudine certa dei creditori beneficiati.

Di per sé non è un racconto degno dello spessore morale di Gesù e lui stesso si affretta a prendere le distanze: “I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,1-8). Ciò che interessa a Gesù è la dinamica dell’azione: l’uso che si fa di beni che non sono una proprietà ma sono affidati da qualcun altro a cui bisogna rendere conto. Quei beni sono disonesti perché in realtà anche il padrone in questione li ha accumulati a scapito di altri: si tratta probabilmente di una situazione mafiosa in cui un boss si serve di un gregario per spremere quelli che sono angariati. Gesù, come molti pensatori cristiani dopo di lui, vedono nelle ricchezze accumulate non un diritto, ma un furto da parte di pochi possidenti di beni che Dio in realtà aveva destinato ad un uso universale e egualitario. Ogni bene non condiviso costituisce un possesso ingiusto perché priva qualcuno del necessario per vivere.

L’evangelista Luca non racconta questa parabola solo per esortare al buon uso dei talenti morali da parte dei bravi cristiani, ma prende posizione nei confronti di ricchi che magari sono anche affascinati dal messaggio altamente etico del cristianesimo ma continuano a mantenersi a distanza da quelli che non appartengono al proprio gruppo sociale, perché questo era uno dei capisaldi delle società antiche, un’abissale distanza, cioè, tra i diversi strati della società: è quello che ironicamente viene detto sempre da Luca nella parabola del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31), dove la distanza viene proiettata nell’altro mondo, ma a parti invertite: è il ricco che è posto in un’abissale lontananza rispetto al nobile Abramo e al suo amico Lazzaro. Nel regno di Dio la nobiltà non è data dai beni posseduti (sempre frutto di furto, anche se ereditati) ma dal grado di familiarità con Dio che, come si sa, “disperde i superbi e innalza gli umili”. Il monito della parabola è quello di impegnarsi per una società più giusta dove non ci siano muri tra gli esseri umani in termini sia di beni per il sostentamento, sia di opportunità di realizzare se stessi in ciò che la costituzione americana definisce la “ricerca della felicità”.

Poiché destinatario ideale del vangelo è un certo Teofilo (Lc 1,3 e At 1,1), probabilmente il ricco mecenate che ha sponsorizzato l’evangelista per la stesura sia del vangelo che degli Atti degli Apostoli, il nostro autore non si fa intimorire dalla sua generosità e coglie l’occasione per far riflettere proprio quelli come Teofilo che, come capiterà spesso nella storia cristiana, pensano di mettersi a posto la coscienza facendo qualcosa per il bene della chiesa e continuando, allo stesso tempo, a vivere una vita di lusso in barba alla miseria della maggioranza degli uomini. Luca, attraverso parabole come questa, vuol far comprendere a chi possiede che non c’è alternativa alla condivisione dei beni e che l’unico modo per entrare nel Regno dei cieli è farsi riconoscere non da Dio ma da coloro che stanno all’ingresso di questo Regno, con i quali lui si identifica: i poveri.

In questo c’è una piena convergenza con il messaggio dell’evangelista Matteo che, mettendo in scena il giudizio finale dove gli uomini vengono divisi in pecore e capri, afferma che la salvezza è condizionata dalla presa in carico di chi soffre: “ho avuto fame e mi avete/non mi avete dato da magiare”. Anche Luca, come il poeta Orazio, propugna la filosofia del carpe diem, ma l’occasione da cogliere finché si è in tempo è quella di ingraziarsi i parenti prossimi di Dio, cioè gli ultimi, come già aveva anticipato Maria, l’ultima tra le donne d’Israele, nel suo Magnificat.

Gesù conclude il suo ragionamento con queste parole altrettanto enigmatiche: “Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?” (Lc 16,11-12). La ricchezza altrui sono i beni della terra che Dio ha creato perché siano condivisi equamente da tutti e diventano una ricchezza ingiusta quando sono nelle mani di pochi. La ricchezza propria è la possibilità di condividere la nostra vita con Colui che ce l’ha donata gratuitamente ed è l’unico bene di cui giustamente possiamo reclamare il possesso. Ma se non amiamo ciò che Lui ama, come possiamo pretendere di viverla con Lui?☺

 

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