La forza nella debolezza
21 Luglio 2020
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La forza nella debolezza

«Mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo… quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).

La Seconda Lettera ai Corinzi è la terza lettera più estesa di Paolo, dopo Rm e 1Cor, e con queste due e Gal, è annoverata tra le sue quattro lettere più importanti. Definita “le Confessioni di Paolo”, essa mette a nudo l’interiorità dell’Apostolo e svela la natura del microcosmo dei suoi sentimenti. In qualità di padre che custodisce gelosamente la comunità dei battezzati per presentarla illibata a Cristo sposo e che ha interesse non a sfruttare i suoi figli ma a dare loro tutto se stesso, l’Apostolo apre il cuore ai Corinzi per ospitarli e per chiedere a sua volta ospitalità. Sondando le profondità della sua interiorità, è possibile cogliere l’amore che egli nutre per loro ma anche la sofferenza per i sospetti che manifestano nei suoi confronti.

L’amicizia tra Paolo e i Corinzi, infatti, è segnata da forti tensioni che si riflettono nella Lettera conferendole i tratti di un vivacissimo botta e risposta dal tono polemico e conflittuale che nella prima parte (cc. 1-9) fa emergere la personalità di un’unica persona che nella comunità accusa l’Apostolo di svendere la Parola di Dio e nella seconda (cc. 10-13) la presenza di un gruppetto di oppositori esterni, anonimi, che lo accusano di non reggere il confronto con gli altri apostoli e di sfruttare la raccolta della colletta per la chiesa di Gerusalemme per un suo tornaconto personale.

Il genere letterario di 2Cor è forense dunque per la presenza di due ampie apologie o difese di Paolo. Nella prima (2,14–7,4) l’Apostolo si sofferma su una descrizione ampia e articolata del suo ministero per mostrarne la credibilità; nella seconda (10,1–13,10) invece tende a mettere in rilievo la sua superiorità rispetto ai suoi avversari, trasformando l’elogio di sé in elogio di Cristo e affermando che la debolezza dell’apostolo è lo scenario privilegiato dell’irruzione della forza operante e salvifica di Cristo.

Trovandosi costretto a rendere ragione della propria vocazione, Paolo fa di 2Cor anche il “manifesto” di una missione che gli è costata molto: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (2Cor 11,24-28).

Paolo ha potuto sopportare tante prove perché ha capito che il suo ministero non veniva dagli uomini ma da Dio e che apparteneva all’ordine della nuova alleanza sancita in Cristo, superiore a quella di Mosè, scritta non su tavole di pietra ma su cuori di carne, non effimera ma eterna, ed è vivificato dallo Spirito santo, agente principale della missione. Il missionario, semplice creta che lo Spirito trasforma in vaso di inestimabili tesori, non è un dittatore nei confronti degli altri credenti ma un collaboratore della loro gioia; è il profumo di Cristo chiamato a diffonderne la fragranza nel mondo, il redattore della lettera di Cristo che è la comunità dei battezzati, un uomo toccato dalla morte di Cristo perché in lui si manifesti la vita, un uomo privato di ogni cosa ma che possiede tutto, un padre che ama i suoi figli e li custodisce, un uomo capace di sinergia con altri uomini e donne credenti, uno che non si vanta di sé ma del suo bisogno di essere salvato, uno che libero da se stesso fa del Signore il suo unico vanto.

Il missionario è quindi un figlio di Dio consacrato a Cristo e all’annuncio della Parola che sa contemplare sia il Padre che il popolo dei suoi figli, supportando i fratelli e le sorelle in Cristo in un servizio d’amore che è segno concreto di accoglienza, comunione e condivisione.

Quando si parla degli uomini e delle donne di Dio, quando si prova a immaginare i santi, si è portati a pensare a eroi e a eroine. Questi però appartengono al mondo pagano, non a quello cristiano. La vita secondo lo Spirito non contempla creature come Superman e Wonder Woman, ma figli e figlie di Dio che ogni giorno invocano la salvezza. Consapevoli dei loro limiti e delle loro povertà (fisiche, psichiche, affettive…), anziché aggredire gli altri, decidono di fare delle “crepe” della loro vita i pertugi dai quali far filtrare nel mondo la potenza del Salvatore che non viene per i sani ma per i malati.

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