La fragilità
9 Febbraio 2022
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La fragilità

Parlare di ”fragilità” oggi non appare incongruo o irragionevole, perché – lo constatiamo un po’ tutte/i  – viviamo un momento storico e sociale di grande indecisione, vulnerabilità, dolorosa e colpevole afasia nei rapporti sociali e nell’ambito politico. Oggi è davvero gracile la nostra democrazia (che pensare della impudente soggezione del Parlamento nazionale agli interessi di bottega, come stiamo assistendo in questi giorni che precedono l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica?) e le ragioni le abbiamo esposte in molteplici contributi ed occasioni sulla nostra rivista mensile, la fonte. Ora, però, fatta questa premessa, caliamoci direttamente nella cruda e penosa realtà quotidiana.

I cosiddetti “fragili” non sono soltanto gli adulti della terza e quarta età; lo sono anche i giovani, in quanto allo sconcerto, al turbamento psicologico determinati dalle patologie pandemiche attuali (Delta, Omicron e Deltamicron) si accompagnano l’ insicurezza economica (licenziamenti illeciti; proteste sindacali) e l’instabilità psicologica (femminicidi; violenze di gruppi giovanili, come quelle di Milano all’inizio di questo nuovo anno 2022). La “fragilità” è indubbiamente una condizione sociale e fisica che indica debolezza, incapacità o impossibilità di resistere ad una sollecitazione pericolosa e in alcuni casi anche improvvisa; sottintende, inoltre, il concetto della precarietà, della tendenza alla rottura, all’infrazione. Ma fragile e delicato è anche tutto ciò che è collegato alla preziosità, alla graziosità. Ebbene quale elemento più della Natura (anche se lei poi si ribella all’uomo come stiamo vedendo con le modificazioni climatiche ed ambientali!) possiede tutte queste qualità ed anche la predisposizione alla lacerazione, alla frantumazione di tutti quegli equilibri che essa ha sempre posseduto, cercando, tuttavia, di preservarli nell’interesse delle generazioni future?

Noi siamo, oggi, indubbiamente un Paese civilmente gracile, sostanzialmente privo di principi etici: la dolorosa diffusione pandemica del Covid 19 – e non solo essa – ce lo dimostra quotidianamente. Ora la “fragi- lità” materiale è quella che fa vedere come un oggetto si rompe (il cristallo, per esempio); oppure essa può presentarsi come una diminuita resistenza ai traumi (fragilità ossea, capillare) o a condizioni psicologiche di estrema instabilità (fragilità psichica). Quindi, è fragile qualsiasi oggetto o persona che abbia una scarsa  resistenza agli urti o alle cadute; ma caduco, inconsistente ed effimero appare anche un accordo fra parti sociali e politiche contrapposte, che avanzano richieste o esprimono visioni speculari. L’attuale concezione dello sviluppo industriale è distruttiva nei confronti della Natura, umana, animale e vegetale. Di qui, il concetto di “fragilità” esige, ingiungendocela, una modificazione a 360 gradi del nostro concepire il rapporto con la Natura, l’ambiente, il territorio. Impone poi drasticamente uno stop alla nostra ingorda bramosia del guadagno, selvaggio, spietato e violento (pensiamo alle delocalizzazioni delle fabbriche ed ai licenziamenti illeciti e senza preavviso, così come oggi capita).  Dunque, il mettere al centro delle nostre preoccupazioni la nozione di “fragilità” introduce l’idea della premura, dell’assistenza vigile, dell’ amorevole “prendersi cura di…”. Questa volontà non è soltanto, dicevamo, la semplice configurazione di un’amministrazione diligente della polis; ma è qualcosa di più. Essa introduce nelle nostre attività sociali il senso e la tensione alla responsività verso gli altri, ma anche verso la custodia e la tutela dei Beni comuni, i quali hanno al primo posto la Natura e tutte le sue risorse.

E questo percorso sarà tanto più proficuo, quanto più assidua e partecipe sarà la nostra presenza volontaristica nella polis, a contatto diretto con la realtà quotidiana e le sue declinazioni. Di qui, “prendersi cura” significa prendere parte alla vita e alla quotidianità della città, dando il proprio contributo generoso, costante nel tempo. Alla partecipazione dovrà poi accompagnarsi la capacità instancabile, attenta nel definire e praticare uno sviluppo completamente speculare a quello che ci sta portando alla rovina del pianeta Terra e alla diffusione enorme e pericolosa di epidemie sempre più distruttive. Pertanto, essere attenti, fortemente predisposti e generosi verso gli altri, vuol dire, come da anni molti settori della società civile ci stanno dicendo, – da papa Francesco a don Ciotti e a tutto quell’universo giovanile, e non, che nel mondo contrasta la concezione edonistica del mercato, del successo a tutti costi, del denaro, dell’arricchirsi -, essere attenti agli altri, dicevamo, rivela la nostra capacità di passare dall’”io” egoista al “noi”, espressione dell’incontro con gli altri e della condivisione di idee e progetti comuni, per i quali vale veramente la pena di impegnarsi.

Passare dall’”io” al “noi” appare assolutamente necessario, perché, come si dice comunemente, “l’unione fa la forza”. In particolare, ci riferiamo alle condizioni nelle quali si sono trovate le nostre regioni in questa temperie pandemica, ognuna desiderosa di procedere da sola, ma nella sostanza incapaci di far fronte alla pandemia del Covid 19. Di qui abbiamo avvertito tutti che non può immaginarsi una Italia frastagliata fra tante regioni che ambiscono ad essere autonome.

La cosiddetta “autonomia differenziata” è un’autentica iattura, prospettando una divisione radicale del nostro Paese fra regioni ricche e quelle povere, ossia una tmesi, ancora più rilevante, tra il Sud d’Italia, che verrà sempre di più emarginato, e il nord del nostro Paese. ☺

 

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