La guerra del debito
10 Aprile 2022
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La guerra del debito

Notizie devastanti arrivano ogni giorno dall’Ucraina. Ciò che non viene riportato è l’enorme onere del debito che il paese sta affrontando. Nonostante l’invasione, il paese sta ancora pagando i suoi creditori. Non solo, l’Ucraina è costretta ad assumere nuovi debiti per pagare la crisi e i bisogni urgenti del suo popolo. Solo quest’anno, il paese dovrebbe rimborsare 7,3 miliardi di dollari a istituti di credito stranieri. Il popolo ucraino sta combattendo per la sopravvivenza, eppure ogni giorno vede le risorse essenziali fluire fuori dal paese. Se l’Ucraina continua a pagare il debito, le banche occidentali e gli hedge fund potrebbero realizzare profitti del 300%. I governi dei paesi ricchi devono fare un passo avanti.  L’aggressione orribile di Putin all’Ucraina ha fatto scattare sanzioni finanziarie contro Mosca e gli oligarchi russi. Tra le sanzioni vi è anche quella che colpisce il debito sovrano di Mosca. “Il governo russo non potrà più raccogliere fondi in Occidente né trattare il nuovo debito sui nostri mercati”.

Ma perché nel mirino anche il debito russo? Partendo dal presupposto che il PIL della Russia è più basso di quello dell’Italia, nel 2020 il debito pubblico della Federazione Russa è aumentato del 39,9%, pari al 17,8% del PIL. La maggior parte del debito estero totale russo, nello specifico il 67,4%, è ricaduto su titoli di Stato denominati in valuta estera, del valore di quasi 39 miliardi di  dollari. Confrontato con il nostro debito pari, nel dicembre scorso, a 2.678,4 miliardi, sembra pochissima cosa. Ma quel che conta è il nostro rapporto del debito con il PIL, che nel 2021 si è attestato attorno al 150%, Cosa ci dicono queste cifre? Nel confronto europeo, quello italiano è il secondo debito più alto dopo la Grecia (197,9%) ed è uno dei più alti al mondo. Nell’ottica di una eventuale guerra del debito occorre tener presente che la quota di titoli italiani detenuta dall’Eurosistema nel suo complesso è pari al 28,1% del totale, cui va ad aggiungersi il 4,7% in mano alla Banca d’Italia. Le banche e le altre istituzioni finanziarie nazionali detengono il 34%, mentre le famiglie posseggono solo il 6,5% del debito. Quanto agli investitori esteri, siamo attorno al 27,7 per cento. Possiamo ritenere tale considerevole quota al riparo da rischi? Sì, se le condizioni di mercato continueranno a essere favorevoli. Sì, se l’aumento dei tassi avrà effetti limitati sul fronte della spesa per interessi e se lo spread non tornerà a impennarsi. Sì, se il patto di stabilità verrà ancora sospeso.

Il gravissimo conflitto in Ucraina e le conseguenti tensioni geopolitiche, l’ aumento del costo dell’energia e dell’inflazione non consentono di stare tranquilli. Se vi fosse una escalation della guerra sul debito, la Cina potrebbe agevolmente intervenire a favore della Russia, visto il piccolo debito, ma a noi chi ci aiuterebbe? Quello che intendo dire è che da queste sanzioni sul debito, come anche su altre, la Russia potrà facilmente difendersi mentre se fossero, per converso, estese come ritorsione sui debiti maggiori al mondo e sul nostro in particolare, bisognerebbe attendersi il peggio. La Russia, con altri alleati e in particolare con la Cina, potrebbe sferrare un duro colpo ai paesi con un debito elevato e tra questi ci sono gli Stati Uniti (133%, in gran parte in mano proprio alla Cina), e il nostro Paese, con troppe basi Nato e pochissima autonomia finanziaria ed energetica.

Le sanzioni non sono un’arma di ritorsione efficace e soprattutto sono dannose anche per i paesi che le impongono, specialmente se non hanno le finanze al riparo. Di fatto, le armi finanziarie coinvolgono tutte le popolazioni tanto da poter affermare che anche noi siamo in guerra, pagandola a caro prezzo. A cosa giova aver calcolato questa orrenda guerra che poteva essere evitata? È arrivato il momento di non dividersi e di considerare che il riarmo globale, il ritorno delle fonti fossili e la perdita di un orizzonte vitale, anche per il pianeta, hanno sconvolto le famiglie non solo ucraine, creando le basi forse anche per un coinvolgimento e allargamento globale del conflitto militare oltreché finanziario. Dire che “Non è il momento del dialogo” significa non poter svolgere nessun ruolo di mediazione e nessuna azione nonviolenta. Rispondiamo a Draghi: “Tacciano le armi, anche quelle finanziarie” e si mettano al centro politiche nonviolente basate su un disarmo integrale anche per il nostro paese, disseminato di basi Nato, in due delle quali – Aviano e Ghedi – sono addirittura depositate 90 testate nucleari.☺

 

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