La IV repubblica
22 giugno 2018
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La IV repubblica

Non abbiamo fatto in tempo a metabolizzare il presunto inizio della Terza Repubblica – quella del Cambiamento – che ci ritroviamo d’emblée proiettati nella Quarta: la Repubblica Presidenziale. Gli italiani, popolo di analisti dalla memoria corta (un ossimoro tutto tricolore!), si sono dilettati, nei quasi tre mesi dalla tornata elettorale del 4 marzo, nella disanima delle figure politiche che fossero o meno opportune e credibili, tanto agli occhi del Capo dello Stato che dell’Europa. I politologi improvvisati si sono stracciati le vesti, sciorinando teorie malsane circa la mancanza di preparazione e pragmatismo politico dei 5 Stelle, sulla deriva populistica che stava imboccando il Belpaese, sulla strenua difesa della Costituzione. Queste le opinioni, ora veniamo ai fatti.

Il governo degli “inetti”

e dei “populisti”

I commentatori politici di gran parte della stampa hanno tuonato l’allarme in questi ottanta giorni, disgustati all’idea di vedere gente impreparata al governo del Paese. Dimenticando, volutamente, che i banchi dei 64 esecutivi repubblicani non sono sempre stati occupati da insigni statisti. A titolo d’esempio, ricordiamo come al beneamato Silvio Berlusconi è stato concesso di portare, tanto in Parlamento quanto a Palazzo Chigi, le sue soubrette preferite; a Renzi è stato permesso di suggerire come ministro per le riforme costituzionali la giovanissima Maria Elena Boschi, nota giurista di fama internazionale (sic!) e in pesante conflitto d’interessi. Ciliegina sulla torta: il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca del governo Gentiloni, Valeria Fedeli, che l’università non l’ha neanche vista da lontano. E l’elenco è ancora lungo, dalla Carfagna a Calderoli, passando per la Lorenzin.

Quanto al rischio populismo, devo ammettere che anch’io nutrivo seri dubbi su alcuni punti del “Contratto di governo” giallo-verde, in particolare sul decantato vincolo di mandato e sulle posizioni xenofobe del leader padano. Ma, alla prova dei fatti, Salvini e Di Maio si sono dimostrati più “responsabili” dei loro blasonati predecessori e un’occasione l’avrebbero meritata. Del resto, chi avrebbe scommesso, a marzo, sul compromesso storico del nuovo millennio? In particolare, i 5stelle si sono dimostrati in grado di mediare, dismettendo i panni dei rivoluzionari tout-court, una volta resisi conto che un sistema politico frammentato come il nostro è ancora lontano dalla semplificazione in chiave bipolare che pure abbiamo sfiorato con la II Repubblica. Chapeau!

Di contro, di bufale populistiche ci hanno riempito pancia e orecchie da che abbiamo memoria, ma non si è mai gridato allo scandalo: due pesi, due misure.

Mattarella contro Savona:

poteva farlo?

In queste ore il dibattito si sta spostando sui poteri del Presidente della Repubblica, con gran parte della stampa schierata a difesa di quest’ultimo e della Costituzione. A ragione? Un’idea, chiara e puntuale, è fornita da Paolo Flores D’Arcais, che ci ricorda come l’Art.92 della Carta consentisse a Mattarella di bocciare i ministri suggeriti dal presidente del consiglio incaricato, con i limiti dettati dagli articoli 54 e 95. In estrema sintesi, il Garante della Costituzione ha paventato il rischio che l’Italia potesse disattendere gli impegni presi coi trattati internazionali, fino all’estrema ratio di uscita dall’Euro, basandosi sulle passate dichiarazioni dell’economista Paolo Savona e nonostante la rettifica dello stesso. Ma nel dichiarare ciò, Mattarella si è addentrato nella sfera dell’indirizzo politico del Governo, la cui titolarità spetta, ex Art. 54, al presidente del consiglio. A meno che non si sia realmente passati ad una forma di governo presidenziale (la IV Repubblica, per l’appunto), la bocciatura di Savona appare un abuso bello e buono.

La sovranità popolare

Alla fine della fiera tutti, indipendentemente dall’orientamento politico, dovremmo riflettere sullo strappo istituzionale e sociale che si sta dipanando. Il sentimento fortemente anti-politico, che abbraccia trasversalmente i cittadini delle maggiori democrazie occidentali, ha trovato nella partitocrazia il suo capro espiatorio, promuovendo volti nuovi, spesso al soldo di lobbies finanziarie. Se è vero che in una prima fase pareva che gli stessi pentastellati e leghisti cavalcassero più di altri questa deriva della vita democratica, alla prova dei fatti si sono dimostrati i soli ad osteggiare lo strapotere dell’economia e della finanza sulla politica. Il vero populismo sta tutto lì: convincere il popolo che non ci sia bisogno della Politica, di lunghe e complesse discussioni tra gli scranni dei parlamenti, perché un leader decisionista e plenipotenziale arriverà a risolvere i problemi di tutti. Questa strategia di “distrazione di massa” ha favorito l’ascesa di volti nuovi, sbarbatelli ed eleganti, che ammiccando alla finanza hanno delegittimato le assemblee legislative. L’Europa unita dovrebbe servire anche a questo: a tenere uniti i Paesi nati nella culla della democrazia, ricordando le nobili origini e difendendole dagli attacchi scellerati degli speculatori. Ahinoi, negli ultimi anni abbiamo percorso tanti passi indietro. Due esempi su tutti: il cappio stretto intorno al collo dei greci, quando hanno provato a ribellarsi all’austerity che li stava affamando e, che Dio mi perdoni, la caduta di Berlusconi nel 2011. Ebbene sì, non l’ho gradita! Qualsiasi ingerenza esterna sull’autodeterminazione mi dà i brividi. E dovrebbe unirci tutti, questo sì, attorno ad un principio costituzionale invalicabile: la sovranità appartiene al popolo. O forse no?☺

 

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