La libertà di credere
16 Maggio 2016
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La libertà di credere

Eric-Emmanuel Schmitt ha oggi 56 anni. È uno scrittore di romanzi e opere teatrali molto apprezzati in Francia. Del suo ultimo libro, La notte di fuoco (edizioni e/o, € 12,50), nel suo paese sono state già vendute duecentocinquantamila copie.

Il suo caso è interessante: filosofo volterriano e ateo, Eric-Emmanuel, che dichiara “Io stavo benissimo nel mio ateismo, non ero alla ricerca di Dio”, approda ad un’esperienza sconvolgente dalla quale esce convertito. Ha “scoperto Dio”. Non è un’esperienza rara né farebbe notizia (adesioni alla fede e simmetrici abbandoni sono all’ordine del giorno) se non fosse che Schmitt ne ricava non solo un racconto avvincente, nudo e intenso al punto giusto, ma anche una dimensione e qualità inusitata della fede, non comune specialmente a molti neoconvertiti: la libertà.

Tutti conosciamo i fanatici (spesso proprio neo convertiti) che parlano e si comportano come avessero il numero di cellulare dello Spirito Santo, col quale sono in perpetuo e privilegiato contatto quotidiano. Schmitt no. “La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua ad essere liberi. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo”.

È, la sua, un’esperienza mistica – consumata durante un viaggio nel deserto del Sahara sulle tracce di Charles De Foucauld, sul quale un amico regista vuole fare un film – che non assorbe né annienta l’io in Dio. La ragione, l’intelletto, non sono negati. Ma trascesi. C’è, ed è evidente, l’eco di Pascal, della sua notte di fuoco, della sua “scommessa”. “Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano”. E ancora: “Se mi chiedono: Dio esiste? io rispondo: Non lo so, perché filosoficamente rimango agnostico, che è l’unica posizione sostenibile con la ragione. Però aggiungo: Credo di sì. La credenza si distingue radicalmente dalla scienza […] E quello che credo non diventerà mai quello che so. […] L’imbroglio [che intossica credenti e atei, ndr] comincia con quelli che proclamano: Io lo so … so che Dio esiste, oppure so che Dio non esiste”.

Infatti chi confonde ciò che si crede con ciò che si sa oltrepassa i confini della ragione, sfocia nell’integralismo, religioso o ateo, imbocca il cammino del fanatismo e dei suoi orizzonti di morte. “Le certezze creano solo cadaveri”. Perciò “dobbiamo riconoscere e coltivare [coltivare! ndr] la nostra ignoranza. È il prezzo da pagare per l’umanesimo pacifico”. Schmitt sorprende ancora il lettore: “Questo racconto farà forse vacillare qualcuno, ma non convincerà nessuno … Io ho soltanto subìto la prova, quindi non cercherò di dimostrare, mi limito a testimoniare”.

Il libro, per tre quarti, è il racconto di un viaggio nel deserto, a piedi, con un gruppo di sconosciuti “turisti”, con i quali si scambiano rade parole, talvolta banali, altre volte cariche di senso. Guida il gruppo un tuareg, Abayghur, figlio di un’altra civiltà, ricco di saggezza seppure non vecchio, di pudore, di grande eleganza morale.

Oggi Schmitt afferma: “La mia è una fede cristiana, senza altre specificazioni, perché non mi interessano i riti. Sento un legame stretto con i Vangeli … per anni ho cercato di comprenderli. È stato un lungo percorso, alla fine del quale ho potuto considerarmi cristiano … anche per questo ho scritto Il Vangelo secondo Pilato”.

Gli è stato chiesto. “Come le sembra Papa Francesco?”. Ha risposto: “È un Papa molto vicino allo spirito dei vangeli, di cui fa una lettura che condivido pienamente”.

Gli è stato chiesto, a proposito degli attentati di Parigi: “Cosa si può fare contro simile violenza?”. Ha risposto: “La violenza nasce quasi sempre dall’ umiliazione … Manuel Valls (ministro francese) ha detto che cercare di comprendere significa già giustificare, ma non è vero. Quando non si vuole comprendere, alla fine si finisce per designare un capro espiatorio”.☺

 

 

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