La marruca
19 Ottobre 2021
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La marruca

Siepe del mio campetto, utile e pia
che al campo sei come l’anello al dito,
che dice mia la donna che fu mia

(ch’io pur ti sono florido marito,
o bruna terra ubbidïente, che ami
chi ti piagò col vomero brunito…);

siepe che il passo chiudi co’ tuoi rami
irsuti al ladro dormi l dì; ma dài
ricetto ai nidi e pascolo a gli sciami;

siepe che rinforzai, che ripiantai,
quando crebbe famiglia, a mano a mano,
più lieto sempre e non più ricco mai;

d’albaspina, marruche e melograno,
tra cui la madre selva odorerà;
io per te vivo libero e sovrano,

verde muraglia della mia città.

Fra gli arbusti citati nella prima strofa della poesia La siepe di Giovanni Pascoli, vi è la marruca, una pianta che ricorda nell’aspetto il giuggiolo (vd. la fonte n. 10 del mese di novembre 2019), in quanto appartenente alla stessa famiglia, quella delle Ramnacee. La marruca cresce abbondante intorno a Gerusalemme, ma è possibile trovarla nel nostro territorio, fino a 500 m di altitudine, nei terreni incolti e di difficile colonizzazione quali le garighe mediterranee o i pendii aridi e soleggiati, ma anche nei terreni alluvionali freschi o lungo i fossati. Si adatta sia a inverni molto freddi, con temperature fino a -10°, sia a estati calde, con precipitazioni piuttosto scarse.

Questa pianta perenne cespugliosa raggiunge un’altezza compresa tra 1 e 4 metri, e presenta una corteccia bruno-rossastra e rami sottili, più o meno arcuati, flessibili e zigzaganti (quelli più giovani), con rigide spine lunghe 5-8 mm, di due forme differenti: una più lunga e diritta, la più breve ricurva. Ha foglie decidue, lanceolate, di un bel colore verde brillante, e fiori ermafroditi. La fioritura, che spesso passa inosservata a causa delle piccole dimensioni della pianta, si protrae da maggio a luglio con un’infiorescenza di centinaia di piccoli fiori gialli riuniti in cime corimbose.

Oltre alla spinescenza, l’altra caratteristica che rende unica la marruca è il singolare frutto commestibile, che ha il sapore di mela essiccata e che ricorda ombrellini in miniatura o cappelli a larghe tese per la forma lenticolare di 2-3,5 cm di diametro. Inizialmente verde, tende al bruno durante la maturazione, che avviene nel periodo settembre-dicembre.

Alla particolare forma del frutto si devono i nomi comuni di “soldino” e “cappellino”. Ma molti altri sono i nomi volgari con i quali questa pianta è conosciuta nelle numerose regioni in cui vegeta, tranne la Sicilia. Da noi è chiamata ’v’cache, così come nel vicino Abruzzo.

Paliurus spina-christi è il suo nome scientifico. Paliurus deriva dal greco pálin, “di nuovo” e da οὖρον oúron, “orina”: la marruca è quindi la pianta “che fa orinare di nuovo”, date le sue proprietà diuretiche. Spina-christi ricorda invece come i suoi rami spinosi furono usati per intrecciare la corona di spine posta sulla testa di Cristo prima della crocifissione. Un altro suo nome volgare è “spino crocefisso” e a Bari è chiamata “pane de Criste”.

Mentre la corona, oggi conservata a Notre Dame di Parigi, è intrecciata con una semplice varietà di giunco, le spine, staccate da questa corona e sparse in giro per il mondo, sono di marruca (che come si ricordava, cresce in abbondanza nella zona di Gerusalemme). Si suppone che in origine fossero circa sessanta o settanta spine, e che fu il re di Francia Luigi IX, noto come il Santo e celebrato il 25 agosto, a staccarle e a distribuirle in giro. Egli comperò la corona dal re di Costantinopoli Baldovino, a saldo di un debito da questi contratto con Venezia, e costruì la Sainte Chapelle per conservare la preziosa reliquia. Fra i luoghi in cui oggi è possibile ammirare una spina della corona vi sono la Basilica di San Nicola a Bari e la Chiesa di Santa Maria Maggiore a Vasto.

L’uso della pianta è attestato sin dal V secolo a.C.: Greci e Romani chiamavano Marrucini il popolo che coltivava la marruca, nome derivato dall’antica città di Marruca in Abruzzo, dove trovava impiego nella costruzione di recinzioni per i campi in difesa dal bestiame e dalle greggi al pascolo. Era usata, grazie al suo portamento ramoso e alle lunghe spine, anche per delimitare i campi e i giardini delle ville signorili, costituendo un essenziale corridoio ecologico per la fauna selvatica. Per Plinio è un albero della Cirenaica che si chiama paliurus dal nome di un’antica città della Marmarica. Il suo nome ebraico è shamir e con lo stesso termine si indica un mitico strumento usato per intagliare la pietra.

Dai suoi fiori le api producono un ottimo miele uniflorale. Dai frutti, tostati e macinati, si ricava un surrogato del caffè; l’infuso dei frutti dà una tisana diuretica, in grado, come già accennato, di eliminare l’acido urico con proprietà ipoglicemizzanti. Dalle foglie si ottengono un preparato cosmetico contro la pelle grassa e una polvere deodorante. È anche una delle piante con le quali si prepara il sidro, conosciuto anche impropriamente come Henné puro: sebbene la pianta dell’Henné sia un’altra, gli effetti sono molto simili.

In Romagna, i rami più vigorosi e diritti, con robusti rametti secondari, erano utilizzati per appendere, in locali riparati, i grappoli d’uva e i pomodori a grappoli da conservare per l’autunno e i primi mesi invernali.☺

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