La miseria delle classi dirigenti
3 Ottobre 2021
laFonteTV (2112 articles)
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La miseria delle classi dirigenti

È complicato e può apparire inopportuno parlare del Molise, dei suoi infiniti problemi, delle elezioni che avremo in diversi comuni ai primi di ottobre, mentre ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi le drammatiche immagini che vengono dall’Afghanistan.

In questi giorni si sta consumando una tragedia umana che ha investito ancora una volta il popolo afgano e al pari tempo si è manifestata con straordinaria chiarezza la crisi di quella civiltà occidentale che ha fatto della democrazia e dei diritti umani la sua bandiera e la sua ragion d’essere. Chi pensava che Trump fosse un epifenomeno, un accidente ha sbagliato di grosso, chi pensa che i Salvini, gli Orban, i Kacinsky siano dei fenomeni da baraccone, degli incidenti della Storia continua a sbagliare. Il cinismo, la miseria morale del presidente americano Biden, così come gli ipocriti lamenti dell’ Europa democratica testimoniano il tramonto di princìpi che vengono da lontano e la fine ingloriosa di una classe dirigente che da tempo ha perso la bussola della sua missione.

Le bambine e i bambini che vengono consegnati ai militari occidentali in fuga, gli afgani che, come pupazzi, precipitano dagli aerei americani, sono le immagini crude di una crisi della democrazia che è tale, perché ormai incapace di dare libertà, giustizia sociale e diritti civili.

In questi giorni sono andato a rileggere il libro-intervista del 1993 nel quale Rossana Rossanda dialoga e intervista Moretti, il capo delle Brigate Rosse che processò e uccise Aldo Moro. Ho poi recuperato la lettera di Papa Paolo VI ai brigatisti che ha un incipit di straordinaria intensità con quel “uomini delle Brigate rosse” e  una conclusione  altamente drammatica, “rila- sciate Moro senza alcuna condizione”. L’invocazione densa di umanità dell’inizio della lettera del papa va a morire sugli scogli della ragion di Stato. Ho sostenuto e continuo a sostenere che “la trattativa” fra lo Stato e le Br avrebbe rappresentato un vulnus profondo della democrazia e dei suoi princìpi fondamentali. Nondimeno rileggere dopo più di 40 anni quella vicenda, con il senno di questi ultimi decenni, ben chiari appaiono i prodromi di quella crisi che nel corso del tempo ha macinato e sta macinando la nostra democrazia. Vi è certo l’ allucinazione e il fanatismo ideologico dei brigatisti, ma vi è anche tutta l’impotenza di un sistema politico e democratico che era stato sordo alla domanda di un cambiamento radicale che veniva dai movimenti dalla fine degli anni ‘60. E quando quel santuario del potere rappresentato dalla Commissione Trilaterale nel 1973 ha dichiarato che “uno spirito di democrazia troppo diffuso, invadente può costituire una minaccia intrinseca e insidiare ogni forma di associazione” avremmo dovuto intendere che qualcosa di profondo sarebbe accaduto. In questi ultimi 50 anni, passo dopo passo, si sono consumati i fondamenti della Democrazia. La globalizzazione economica e finanziaria ha compromesso diritti sociali, politici ed umani. Il predominio della finanza sull’ economia e sulla politica è divenuto totale. La Politica ha perso ogni autonomia e le classi dirigenti hanno perso ogni dignità.

Le vicende afgane di ciò sono l’epilogo. Solo se riconosciamo questa penosa realtà, solo se ripartiamo con pazienza dalle grandi contraddizioni della nostra epoca, da quella sociale a quella ambientale, possiamo sperare in un futuro migliore e in nuova stagione della democrazia.

Di queste grandi tragedie il nostro Molise è stato un inconsapevole osservatore, per l’elementare ragione che da tempo immemorabile la sua classe dirigente è il peggio che si possa immaginare e la democrazia è stata poco più che una finzione. Esistono delle eccezioni, ma sono appunto delle eccezioni. Il potere è stato per più di 40 anni monopolio della Democrazia Cristiana e negli ultimi decenni proprietà di un sistema trasversale nel quale i confini fra destra e sinistra sono divenuti sempre più delle apparenze e delle vie di transito. Il risultato di questa lunga storia è sotto gli occhi di tutti: più di un milione di molisani sono sparsi nel mondo, mentre meno di trecentomila vivono nella regione Molise. Un popolo intero costretto a migrare per l’incuria e la voracità di una pseudo classe dirigente. Neppure in questi anni di pandemia siamo stati risparmiati dalla miseria di chi ci governa. Oltre al danno grave di un sistema sanitario privo di etica pubblica e consegnato agli interessi del privato, abbiamo dovuto subire ben altro. Un Presidente che mentre negli ospedali si soffriva, cantava canzonette in televisione; rappresentanti delle istituzioni impegnati a organizzare congiure per eliminare sindaci ed amministrazioni; commissari alla sanità andare e venire nemmeno fossimo una stazione ferroviaria.

Ma in questi ultimi lunghi anni qualcosa di buono e di diverso è accaduto. La fonte, diverse associazioni della società civile, i sindacati, rari frammenti del sistema politico e alcune diocesi hanno operato per un nuovo inizio. È stato così sulle vicende socio-sanitarie, sui temi dello sviluppo sostenibile e sulle grandi questioni dell’etica pubblica.

Vi è un tessuto di esperienze e di iniziative virtuose che possono essere utili alle nostre comunità e rappresentare l’inizio di un vero cambiamento. È fondamentale però che la Politica incontri queste buone pratiche, è decisivo che le Istituzioni cessino di essere un affare privato per divenire il luogo elettivo del “bene comune”.☺

 

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