La narrazione
22 giugno 2018
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La narrazione

“L’uomo che vive nello scenario sociale post-moderno si trova alle prese con un’alluvione di immagini, suoni, voci che rappresentano una novità importante rispetto al silenzio comunicativo di un tempo in cui le moderne tecnologie non avevano ancora messo a disposizione del bisogno espressivo strumenti di diffusione aventi un’eccezionale capacità di allargare ad una platea di fruitori sconfinata il prodotto del processo creativo”.

L’alluvione di immagini e suoni, cui fa riferimento Gustavo Pietropolli Charmet, può tradursi certamente in ciò che oggi, con la nostra solita mania esterofila, ci stiamo abituando a chiamare storytelling. Il vocabolo, come si può vedere, è formato da due termini, il sostantivo story (racconto) e il verbo tell – nella forma del gerundio con valore di infinito – (dire): raccontare storie è la sua traduzione in italiano, in una sola parola: narrazione!

Narrare è intrinsecamente connesso con la comunicazione: secondo Duccio Demetrio è un’azione specifica dell’uomo, resa possibile da una particolare modalità di funzionamento del nostro pensiero: noi “pensiamo per storie”. Attraverso la narrazione l’uomo dà senso e significato alle proprie esperienze, può interpretare eventi, azioni, situazioni e su queste basi orientare il suo agire.

Fin dall’antichità la narrazione è stata una modalità di costruzione del sapere umano: il mito, infatti, quella serie di racconti costruiti per spiegare fenomeni naturali e della vita umana, non soltanto creava e tramandava conoscenze, ma permetteva l’ educazione e la comprensione di determinati modelli culturali. La forma narrativa è una modalità congeniale al pensiero umano perché aiuta ad attribuire il giusto valore alle esperienze; se queste non vengono rielaborate attraverso il pensiero narrativo, non producono conoscenza funzionale per vivere in un contesto socio-culturale ma rimangono, invece, eventi opachi, non comprensibili perché non sono collocabili all’interno di una storia (personale o collettiva che sia).

Attraverso il “pensiero narrativo” l’uomo mette in relazione situazioni presenti, passate e future in forma di ‘racconto’, le attualizza e le rende oggetto di possibili ipotesi interpretative e ricostruttive. E nell’ educazione il contributo della narrazione è fondamentale: “se proviamo a ripercorrere con la mente gli episodi della nostra infanzia e giovinezza, alla ricerca dei momenti o delle situazioni in cui qualcuno ci ha insegnato e in cui qualcuno (o qualcosa) ci ha educato, ritroveremo prevalentemente – ma non solo – parole, racconti, gesti: le lezioni del nostro maestro, i racconti di un buon libro, l’esempio dei genitori” (Elisabetta Biffi).

Si sta diffondendo, grazie alla moderna tecnologia e soprattutto in campo scolastico, la pratica dello storytelling digitale: vengono creati racconti costituiti da immagini, video, audio, testi che sono presenti in rete; i contenuti sotto forma di storie digitali risultano affascinanti per gli studenti, soprattutto quando essi ne fruiscono oppure sono coinvolti nella loro realizzazione. E questa forma di narrazione appare particolarmente indicata anche per altri ambiti, quali giornalismo, politica, marketing, autobiografia.

Noi tutti raccontiamo storie. Se facciamo due chiacchiere al bar oppure discutiamo di politica, se parliamo di libri o cinema, se commentiamo un programma televisivo, narriamo, elaboriamo immaginari che contribuiscono a rinsaldare il pensiero comune. L’immaginario popolare viene alimentato attraverso strategie testuali che catalizzano emozioni ed influenzano opinioni: sono le storie raccontate e la nostra realtà è una “raccolta di racconti”. Ma quali sono i vantaggi che ne possiamo ricavare?

Nella intricata ed estenuante vicenda della formazione del nuovo governo, ad esempio, entrano in gioco infinite narrazioni che tentano di definire al meglio il fenomeno: ci vengono continuamente raccontate storie, più o meno verosimili, ed il loro scopo semplicemente varia a seconda di chi fornisce il messaggio. Spesso però non ci rendiamo conto che vengono messe in atto “narra- zioni tossiche”, lontane dalla realtà ma finalizzate a veicolare una visione distorta delle cose. Sono narrazioni che hanno lo scopo di intaccare alcune convinzioni, servono come distrattori sociali per acuire disprezzo, rabbia, confusione soprattutto nei confronti degli ultimi, dei migranti, degli stranieri.

Ma ci sono anche storie che muovono dal basso, dalla gente comune, e si oppongono a quelle che discendono dall’ alto. Le storie dal basso spingono verso l’alto, in direzione opposta all’oppressione. Come sostiene Yves Citton, narrazioni egualitarie possono sorgere dal basso per spezzare e deviare l’andamento in apparenza ineluttabile delle narrazioni dominanti, spacciate per “memorie condivise”, tanto più artificiose quanto più si presentano come naturali emanazioni della comunità.

La sfida per uno storytelling veritiero è scovare le narrazioni dal basso, nascoste o dimenticate, per spingerle avanti, perché aprano la strada, perché le indignazioni, le speranze e i sogni, celati dalla narrazione del potere, siano raccontati e trasformino la realtà.☺

 

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