la nonna fabulatrice
7 Maggio 2017
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la nonna fabulatrice

Ho ritrovato inaspettatamente una fiaba che mi raccontava mia nonna Angiolina nella raccolta Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio del fiabista ed etnomusicologo Mauro Gioielli. La principessa che se ne fugge è una novella di origine beneventana, da gustare nel testo dialettale che supera, in vivacità e arguzia, il suo rifacimento in lingua. Col tempo l’avevo quasi del tutto dimenticata tranne alcune suggestive parole che, nell’esordio, una voce profetica, calata misteriosamente dall’alto, rivolge a un re triste perché non ha figli: “Re, Re, Re, dimmi che vuoi per te?/ O un figlio maschio che ti distrugge,/ o una figlia femmina che se ne fugge”. Mia nonna le scandiva in tono ispirato e solenne mentre il cuore mi batteva nell’attesa delle decisioni del re. Invano lo sventurato padre cercherà di scongiurare il destino di fuggitiva della figlia isolandola in una stanza remota e ben sorvegliata della reggia: la principessa riuscirà miracolosamente a evadere dalla prigione paterna e, grazie a un incontro straordinario, a realizzare il sogno di girare il mondo, mettersi alla prova e fare liberamente le sue scelte. Ma in una realtà dove la donna ha un posto in subordine sarà costretta, per trovare un lavoro, a nascondere la propria identità, travestirsi da soldato e accettare di entrare fra le guardie di un potente re. Quando sarà accusata falsamente di tradimento, solo allora farà ricorso al potere magico di un anello che porta al dito: identità, purezza di cuore, fedeltà all’impegno assunto e… bellezza le saranno riconosciute e le meriteranno l’amore del re e il posto di regina.

Le fiabe incantano perché vi accade di tutto, anche l’inimmaginabile, e perché tutto si risolve magicamente nel più felice dei modi, a condizione che non ci si arrenda di fronte alle inevitabili difficoltà dell’esistenza. È questo il messaggio: solo chi affronta le avversità senza perdersi d’animo può alla fine superarle e continuare, più forte, il cammino. Ma quel tanto di coraggio che ho in me non mi viene dalla familiarità con le fiabe: è un dono della mia fabulatrice, di nonna Angiolina, che ha lasciato di sé un’immagine indimenticabile di forza. Lei, questa intima forza, l’aveva respirata da bambina (era nata nel 1849) in famiglia, dove si coltivava il sogno delle libertà costituzionali e dell’unità d’Italia. Il padre Nicola di sentimenti repubblicani, compreso tra gli “individui riscaldati e sospetti” in politica, era un animatore del locale comitato rivoluzionario. La madre Cleonice (venuta sposa da un paese vicino), preoccupata per la sorte del fratello, mazziniano, in esilio dopo la condanna a morte, aveva perduto nel 1821 il padre Tito in un agguato tesogli dai realisti mentre si recava a un convegno di carbonari.

Una vecchia fotografia che ho qui sotto gli occhi ritrae mia nonna insieme a nonno Giovannangelo (entrambi ottantenni) in un momento di serena quotidianità. Sono seduti allo stesso tavolo: nonno, il bocchino con la sigaretta fra le dita, guarda verso l’obiettivo; nonna, le lenti sul naso, il calamaio davanti a sé, è intenta a scrivere, incurante di quanto le accade intorno. Mi piace vedere in questo delizioso quadretto familiare il segno della riconquistata pace del cuore dopo il dramma che aveva sconvolto la loro vita. Insieme per sessantasette anni, i miei nonni generarono nove figli, ma la morte si portò via tutti e quattro i figli maschi, uno dopo l’altro, in circostanze diverse. Nicola Carlo morì per un raffreddamento di sudore causato da una battuta di caccia, subito dopo aver conseguito la licenza liceale. Carlo Alberto, che aveva accettato l’incarico di partecipare ai lavori di costruzione del Canale di Panama, appena venti giorni dopo il suo arrivo si ammalò di febbre gialla che ne spezzò la vita a soli trent’anni. I fratelli massoni portarono la salma a Londra e informarono del decesso la famiglia. Marco, il primogenito, comandante di un battaglione della Brigata Treviso durante la prima guerra mondiale, morì in un ospedaletto da campo e riposa nel sacrario di Udine. Infine Raffaele, emigrato di nascosto a New York “non per necessità economiche, ma per il desiderio di condurre una sua propria vita autonoma”, lasciò la vita e due figli ancora bambini in quella lontana metropoli.

Mia nonna si salvò dalla disperazione, dalla depressione e dalla solitudine perché, comunicativa com’era, visse il suo dolore senza chiudersi in sé, ma condividendolo amorosamente con il marito, le figlie, i parenti. E la vita familiare continuò in un crescente clima di solidarietà, accompagnata in sottofondo da una costante, quieta nostalgia dei cari assenti.

In una cartolina postale mia nonna così mi scriveva con la sua sottile, elegante calligrafia inclinata a destra: “Carissima Teresa, ho appreso la tua ammissione in collegio. Spero che ti troverai bene e ti farai voler bene dai tuoi superiori con la tua buona condotta. Questi sono gli auguri che la vecchia nonna ti fa per il tuo onomastico. Abbracci carissimi da tua nonna Angiolina”. Era il 1937: due mesi dopo raggiungeva presso Dio i suoi figli adorati.☺

 

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