La parola cultura
13 Gennaio 2019
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La parola cultura

Foto Antonio Montaldo: Casacalenda

 

Continuando il cammino sul senso delle parole e sulla realtà che esse possono evocare o destrutturare, mi sono trovata a riflettere sul significato di “cultura”, termine che è stato al centro di un interessante incontro a Casacalenda il 24 novembre scorso.

Mentre si susseguivano gli interventi, tutti legati alle tante belle realtà produttive, associazionistiche e artistiche di questo paese così vivo e stimolante nonostante lo spopolamento, mi sono tornate in mente le radici etimologiche della parola al centro del dibattito: cultura ha in sé la radice del verbo latino colere, coltivare, cioè far nascere qualcosa da un humus sedimentato, divenuto natura stessa di un luogo e di un popolo. Non ha, quindi, lo stesso senso di altre parole che spesso usiamo quasi come sinonimi, educazione (da educere, tirar fuori) e conoscenza (da cognoscere, avere dati per comprendere). Colere presuppone la creazione di qualcosa di nuovo, implica che sia necessario far crescere, con la cura di tutti, una struttura comune di valori condivisi.

Nella radice della parola, dunque, strettamente legata all’idea di coltivazione, si dipana evidente il filo che tiene insieme cultura e territorio: il genius loci degli antichi romani, che davvero avevano capito tutto prima di noi, intuendo che un luogo abitato, frequentato e vissuto dall’uomo e dalla sua comunità sviluppa uno spirito condiviso e immediatamente identificabile, unico perché nato da quel territorio specifico. Cosa chiaramente percepibile, per esempio, a Casacalenda.

La cultura di un luogo e di una comunità nasce dunque da una interazione prolungata nel tempo tra un territorio e l’identità che si viene costruendo in coloro che lo abitano, fatta di vicende storiche, miti, racconti, cibo consumato insieme, paesaggio e legami familiari.

Una comunità che fa crescere cultura comune può successivamente aprirsi al mondo senza perdere identità, forte appunto del patrimonio del passato che non diventa muro dietro cui nascondersi per respingere gli apporti esterni. Ed è proprio l’insicurezza delle radici culturali che spinge ora a gridare scompostamente “Prima gli italiani”, quasi dovessimo temere di essere contaminati da altre culture: ma chi coltiva la terra sa che alla sapienza antica dei padri si può nel tempo mescolare nuove sementi e sperimentare nuove tecniche, senza cancellare ma aggiungendo.

Se dunque la parola cultura porta con sé tutte queste implicazioni fortemente connesse ai luoghi che abitiamo e nei quali ci identifichiamo, il rischio di interpretarla come supremazia di una comunità sulle altre è stato ed è altissimo: ma se ci fermiamo a riflettere sul senso di crescita insito in questa parola, ci rendiamo conto che aprirsi al mondo è indispensabile per non far morire il genius loci di cui siamo portatori. E che la contaminazione delle culture è il solo modo per non renderle sterili, ciò che la desertificazione dei piccoli paesi sta inevitabilmente provocando. Respingere lo Xenòs, lo straniero, perché portatore di una cultura altra, come stiamo facendo così stolidamente, diventare appunto xenofobi significa condannare a morte anche noi stessi e la nostra storia. Perché lo straniero è il nostro specchio, il solo dove potremo vedere riflessa la nostra storia impedendo che il territorio dei nostri piccoli paesi resti vuoto.

Credo che la cultura di un paese o di una regione possa fiorire solo se nasce dal basso, dalle iniziative dei singoli uniti in una comunità e consapevoli che creare centri di incontro e aggregazione è l’unico modo di difendere il bene comune pubblico: in passato ogni paese aveva un solo forno, dove tutte le famiglie portavano a cuocere il pane, e quel luogo fisico diventava centro di comunità, di fruizione del bene comune, di nascita e scambio di una cultura condivisa. Vedersi, parlarsi, avere un posto dove scambiare idee e raccontarsi storie è fondamentale per la costruzione di cultura comune e di comunità.

Sono convinta anche che la cultura possa esistere solo se inclusiva, e militante. Non una cultura ideologica e chiusa nei suoi dogmi, ma naturalmente schierata dalla parte delle esigenze sociali e delle richieste del territorio, e istintivamente incamminata sulla strada che porta a rimuovere, come detta la Costituzione, tutti gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione dell’individuo.

Cultura dei luoghi, cultura del territorio, cultura dell’ambiente, cultura dell’inclusione: in una parola, cultura costruita anche e soprattutto dall’impegno dei cittadini, dalle lotte in difesa di paesaggio e storia comune, dall’aggregazione degli individui per far continuare a vivere il proprio genius loci facendolo diventare bene comune anche per tutti coloro che da stranieri arrivano a toccare le nostre terre.

Perché siamo genti del Mediterraneo, il mare color del vino dove ha navigato e naufragato Ulisse, accolto e onorato come ospite proprio perché straniero, nel nome della cultura condivisa che proteggeva chi giungeva da lontano.☺

 

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