La paternità di giuseppe
4 Marzo 2021
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La paternità di giuseppe

In un tempo in cui si mette sempre più in discussione la figura del padre come generatore di vita, considerato al massimo come donatore di geni e in un tempo in cui si elimina persino il fondatore di un’ esperienza monastica in modo eclatante e inspiegabile, ma che riecheggia il complesso di Edipo, viene riproposta alla meditazione dei cattolici la figura di Giuseppe di Nazaret, figura peraltro assolutamente secondaria nelle biografie canoniche di Gesù, cioè i Vangeli. Del tutto ignorato in Marco, dove Gesù è etichettato come “figlio di Maria”, è nominato di passaggio in Giovanni, quando si mette in dubbio la sua origine celeste: “Non è costui Gesù il figlio di Giuseppe?” (6,42). In Luca è un personaggio di contorno, in quanto tutto il racconto è incentrato su Maria, un po’ come Elkanà, marito di Anna, la madre di Samuele nell’Antico Testamento.

L’unico vangelo in cui ha un ruolo di protagonista è Matteo, dove viene presentato come l’uomo combattuto sul da farsi dopo aver scoperto il presunto adulterio della moglie e dove obbedisce al comando divino ricevuto in sogno di portare il bambino Gesù e la madre in Egitto prima e in Israele dopo la morte di Erode. Non dice mai nulla e la sua funzione è solo quella di richiamare alcune figure dell’Antico Testamento per dire che le antiche Scritture si stanno compiendo in Gesù.

I racconti in cui si parla di Giuseppe, in Matteo soprattutto, sono classificati come “midrash”, cioè un commento ai racconti della bibbia attraverso altri racconti che vogliono illuminare i punti oscuri oppure attualizzarli per adattarli alle situazioni di un’altra epoca. In particolare Giuseppe, che riceve messaggi da Dio attraverso i sogni, rimanda ad un altro Giuseppe sognatore, quello venduto dai fratelli nel racconto della Genesi, il quale però avrà un ruolo essenziale per salvare il suo clan famigliare, antenato del futuro popolo d’Israele, dalla morte per fame. Come Giuseppe figlio di Giacobbe ha dato una possibilità di vita alla sua famiglia facendola scendere in Egitto, così il nuovo Giuseppe (sempre figlio di Giacobbe, secondo la genealogia iniziale del vangelo) dà una possibilità di vita alla sua famiglia portandola in Egitto. Stando così le cose, possiamo concludere che di Giuseppe, tranne il nome e il fatto che era riconosciuto come padre di Gesù, non sappiamo altro. Ma allora perché ha avuto l’onore del ricordo nei vangeli, proprio in quelli dove si sottolinea invece l’origine divina di Gesù? Non sarebbe stato meglio farlo sparire, come è capitato ai semidei dell’antichità, generati da divinità del calibro di Zeus?

Molto probabilmente il ricordo di Giuseppe è dovuto all’importanza che la famiglia di Gesù ha avuto nella nascente comunità cristiana: non dimentichiamo che il vero capo della comunità madre di Gerusalemme non era Pietro, ma Giacomo, che Paolo chiama “il fratello del Signore” (particolare registrato anche dallo storico Giuseppe Flavio). Il nome di Giuseppe, quindi (come forse anche quello di Maria), è ricordato perché legato ai “successori” di Gesù riconosciuti come capi carismatici della comunità cristiana. E qui veniamo al problema sia storico che teologico dell’esistenza di fratelli (e sorelle, come ci ricorda Marco) di Gesù. La tradizione cristiana comune tra cattolici e ortodossi esclude in modo perentorio che Gesù abbia avuto fratelli da parte di madre, perché si afferma la verginità perpetua di Maria (nella tradizione) e il concepimento verginale di Gesù (nei vangeli), per cui Gesù non può avere avuto fratelli carnali. Per gli esegeti cattolici il problema è risolto trasformando i fratelli in cugini (il termine fratello nel linguaggio si estende anche ai gradi più ampi di parentela). Gli ortodossi hanno accolto l’antica tradizione registrata nel cosiddetto Protovangelo di Giacomo per cui Giuseppe aveva già figli di primo letto quando ha preso in sposa Maria, cosa molto frequente fino ai nostri giorni, a causa soprattutto delle morti frequenti delle donne durante il parto. Nel mondo protestante, che ha eliminato alla radice ogni riflessione teologica sul ruolo di Maria, non c’è difficoltà ad accettare che i fratelli di Gesù siano anche figli di Maria oltre che di Giuseppe, pur escludendo la paternità di quest’ultimo nei riguardi di Gesù.

Oggi, in un tempo di famiglie allargate in cui spesso la funzione paterna, quando c’è, è assolta da uomini che non hanno un legame genetico con i figli, non fa nessun problema la presenza di questa figura; anzi, proprio perché è in crisi la figura del padre e del maschio, che porta poi alla reazione della violenza sempre più dilagante verso le donne, può essere utile recuperare anche in chiave religiosa il ruolo di Giuseppe, più vicino rispetto a Dio che rischia di essere visto sempre di più come il “padre assente” perché troppo lontano dalla fragilità umana. Anzi, anche rispetto a Gesù la figura di Giuseppe assume la funzione di cartina di tornasole per spiegare la categoria di paternità di Dio che Gesù ha vissuto e insegnato ai discepoli. A dispetto della negazione dei legami umani presentata da Luca nell’episodio dello smarrimento di Gesù nel tempio, proprio dall’uso della categoria paterna per pensare Dio, si può dedurre il grande ruolo psicologico e affettivo che ha svolto Giuseppe nello sviluppo umano di Gesù, a prescindere dal fatto che sia o no il padre biologico, perché i figli, come diceva una pedagogista, non sono di chi li mette al mondo, ma di chi li cresce.☺

 

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