La paternità
9 ottobre 2018
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La paternità

“Non è difficile diventare padre. Essere padre questo è difficile” (W. Busch). Un padre, oggi, quante responsabilità porta con sé e come queste vengono gestite in un rapporto familiare? Il ruolo del papà negli anni 2000 e, soprattutto nella cultura occidentale, ha subìto davvero delle evoluzioni inimmaginabili.

Interessante è fare un viaggio nella storia attraverso i miti, le leggende e le tradizioni, nonché anche attraverso le figure religiose, per riflettere su vari modelli di paternità: Adamo, Abramo, Kronos, Agamennone, Priamo, Enea, Giulio Cesare, San Giuseppe, Seneca, Giovanni Di Bernardone e Dio Padre. Personaggi che possono essere raggruppati in quattro modelli di paternità:

il modello di “padre padrone” che concentra in sé il potere come Kronos, Agamennone, Giovanni Di Bernardone, fino al punto di temere la rivalità dei figli da mangiarli vivi per non cedere il trono (Kronos) o da sacrificarli per la propria gloria (Agamen- none sacrifica la figlia per una vittoria) o disconoscendoli per non perdere il proprio onore (Giovanni Di Bernardone verso Francesco d’Assisi);

un modello di “paternità ambigua” appartiene a personaggi come Giulio Cesare e Seneca, che mostrano una paternità incoerente, ancora centrata su se stessa, capace di dare buoni consigli ma che non trovano riscontro poi nella loro vita (Cesare resta comunque un presuntuoso verso Bruto e Seneca è incoerente con quello che consiglia a Lucilio);

un modello di “paternità premurosa” è quello che appartiene a Priamo ed Enea che si prendono cura (chi per un verso chi per un altro) dei propri figli. Enea a tutela della famiglia (padre, moglie e figlio) fugge da Troia e crea i presupposti per un futuro glorioso della sua discendenza. Così come la premura di Priamo che, per recuperare il corpo morto del figlio dal suo uccisore, Achille, e dargli dignitosa sepoltura, mette a rischio la propria vita;

infine il modello di “paternità divina” quello legato alle religioni monoteiste: Adamo, Abramo e San Giuseppe che portano i tratti della “paternità di Dio”, da una parte “normativa” cioè autore e custode delle sue leggi e dall’altra parte “affettiva”, con la sua smisurata misericordia e atteggiamento compassionevole verso i propri figli.

Tornando ai nostri tempi vediamo come, sempre più spesso, molti professionisti delle relazioni sottolineano che il padre deve essere accanto alla crescita dei figli per determinare la loro maturazione e questo ruolo è comunemente ritenuto fondamentale in ogni famiglia. I ruoli di madre e di padre non sono più prestabiliti e preordinati come in passato, ma sono interscambiabili: “la paternità è altro dall’essere padre biologico, essa è, per i figli, compagna indispensabile della maternità”. Galimberti rafforza il concetto sostenendo che la figura paterna deve rappresentare il “custode prediletto della maternità”, deve cioè far sì che la madre possa occuparsi serenamente del nascituro, sostenuta e protetta dal compagno. Il padre è figura necessaria nel traghettare il bambino dal mondo materno al “suo” mondo adulto, autonomo, passando da quello scolastico, confrontandosi con le varie autorità educative, per vivere un bene più maturo, che radicando nella personalità del bambino può, domani, essere trasmesso alle nuove generazioni.

Prendersi cura dei figli significa coltivare parte di noi e garantisce il sentimento originario che è iscritto nel nostro DNA, l’amore!

Personalmente, mi sento ancora troppo figlio per fare mente locale sul mio essere padre! Troppo forte è nei miei pensieri il modello che ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi mio padre. Un padre ingessato, rigido, quasi anaffettivo; un padre che doveva rendere conto al ruolo lavorativo, al fare di tutto per uscire da una “schiavitù” logorante quale poteva essere la mezzadria. Eppure tra le tante stanchezze a volte mi prendeva in braccio per accarezzarmi con la sua barba incolta. Poi la svolta lavorativa che arrivando tardi non ha consentito l’ingentilimento caratteriale anzi si è aggiunta la ribellione adolescenziale del sottoscritto ed eccoci a dar voce a ciò che i professionisti chiamano “carenze affettive”. Con una storia “difficile” alle spalle essere padre ti porta inevitabilmente ad essere troppo presente, invadente, asfissiante per certi versi. Chissà quale modello ho trasferito ai miei due figli e chissà se mia moglie si è sentita accompagnata alla maternità. È pur vero che qualche pannolino l’ho cambiato e notti insonni per coliche gassose le ho passate anch’io! Sottolineo questi aspetti non per rivendicare chissà cosa ma per evidenziare che non possiamo relegare il papà solo alla sfera della virilità, del lavoro, del sostentamento economico, dell’autorità e delle regole. A volte sono invidioso del rapporto materno/filiale che, seppur conflittuale, mostra sempre quell’abbraccio extra-placentare che mi fa percepire i figli e la madre come una unica entità. Io, padre a volte, come il poeta canta (L’incontro di A. Bocelli): “…mi vedo vecchio e rassegnato seduto là, nel canto del camino ad aspettar con l’ansia d’un bambino, la sera per vederli all’improvviso rientrare con il dono d’un sorriso d’una parola, d’una gentilezza …” (Cfr. Testani A. – Cesaritti A. – Quando la coppia non c’è più: il valore prezioso della paternità – Atti del VIII convegno annuale – 12 dicembre 2014).☺

 

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