La potatura
8 Febbraio 2021
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La potatura

“In una fattoria un asino scappò dalla stalla e corse all’abbeveratoio. Dopo poco tempo che beveva, alzò il muso e cominciò a brucare i tralci di una vite che il contadino aveva messo a pergola per far ombra.  L’asino con i morsi strappò alcuni tralci, altri li accorciò e agli occhi del padrone apparve un disastro. Ma con meraviglia, la vite con i tralci troncati, diede in breve tempo una quantità maggiore di uva rispetto alle altre. Il contadino capì che era conveniente potare le viti. Per questo si dice che la potatura è stata inventata da un asino”

Narra così un racconto popolare veneto per spiegare la ragione della pratica della potatura secca, una delle pratiche più antiche compiute dall’uomo. Essa è figlia della modificazione del rapporto tra questo e la natura, avvenuta nel momento in cui il primo divenne stanziale. Il mondo naturale non è stato più visto come un qualcosa di imprevedibile e quindi da temere, ma come una serie di elementi da potere controllare. Questo aspetto non è solo un cambiamento concettuale ma una radicale, lenta e inesorabile modificazione di un ancestrale rapporto che si tradusse nella nascita di tecniche agricole. Il periodo appena esposto, 6.000 a.C. circa, ovvero l’epoca nella quale l’uomo da pastore nomade si tramuta in agricoltore sedentario, rappresenta il passaggio dalla vite selvatica spontanea dei boschi alla viticoltura. Scenario di questa trasformazione la zona del Caucaso dove sorsero i primi potatori della vite che ne determinarono il distacco dagli alberi dei boschi (in quanto liana) e il successivo allevamento in forma strisciante. Solo con gli Egizi la pianta assunse un tipo di allevamento eretto, grazie all’uso di pali di sostegno. Anche in questa zona una leggenda vuole che la potatura nacque dall’osservazione degli effetti produttivi di una brucatura localizzata da parte delle capre. Successivamente gli antichi Romani mescolarono le tecniche di potatura degli Egizi, Greci ed Etruschi generando quindi delle tecniche ibride.

Solo con lo sviluppo della scienza applicata alle tecniche colturali si diffusero in Italia forme di allevamento della vite e modalità di potatura non più solo per eliminare parti in eccesso o  garantire una maggiore produttività, ma al servizio della qualità in vigna.

E se la viticoltura praticata oggi è tanto diversa da quella dei nostri nonni, entrambe conservano l’idea di fondo: ogni pianta, come qualunque altro essere vivente, ha bisogno di attenzioni, di coccole, che tengano conto della sua specificità e del  suo ciclo vitale. C’è un tempo per piantare, uno per concimare e un altro per potare i rami secchi che impediscono a quelli nuovi di crescere e far sbocciare nuovi frutti. Frutti migliori. Ovviamente potare non è tagliare qualche ramo qua e là è un vero e proprio restyling e per eseguirlo al meglio bisogna saper distinguere i “capi a frutto” dai  “capi a legno”, ovvero i tralci che non producono niente e quindi da potare, da quelli che producono il frutto, da preservare. Bisogna successivamente scegliere la tecnica da seguire. Nel metodo Guyot si eliminano tutti i tralci vecchi ad eccezione di quello più rigoglioso che si piega, si lega, e si accorcia in modo da lasciare circa 8 o 9 gemme. In questo tralcio nascerà il nuovo grappolo d’uva. Nel cordone speronato invece si impone alla vite una crescita orizzontale, parallela al suolo. Al tralcio legato si lasciano circa 4 o 5 speroni consecutivi, tutti ad una certa distanza, ed in ogni sperone circa 3 gemme. In questo modo si garantisce, nonostante le gelate d’inverno, la sopravvivenza di qualche tralcio di ognuna di esse. Se il metodo conta, e la tecnica pure, sono indispensabili anche giusti attrezzi che garantiscano un taglio sempre netto, senza sbavature che rovinino un ramo. Tecnica, manualità e cuore sono allora gli ingredienti per scongiurare potature da asino o da capra!

E buona vite a tutti!☺

 

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