La primavera sacra
8 Marzo 2019
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La primavera sacra

Presso i popoli dell’Italia antica che nel I millennio a.C., prima dell’ascesa di Roma, popolavano la nostra penisola, era diffusa la pratica di un importante rito che in latino prenderà nome di ver sacrum, la “primavera sacra”. Un grammatico latino di nome Festo, il cui dizionario enciclopedico in venti libri ci è stato tramandato in un’epitome, cioè in un compendio realizzato alcuni secoli dopo per Carlo Magno, riteneva che “nelle grandi calamità i popoli italioti avevano costume di votare agli dei tutti gli esseri viventi che sarebbero nati presso di loro nella primavera seguente. Ma, siccome sembrava loro crudele metter a morte degli esseri innocenti, fanciulli e fanciulle, li allevavano fino all’età adulta, poi coprivano loro la testa con un velo e li cacciavano così fuori del loro territorio” (Festo, Epitome, p. 379). Il fatto di dover emigrare, per fondare altrove nuove comunità, scongiurava il rischio del sovrappopolamento e favoriva i processi migratori. Tale trasferimento, con deduzione di colonia, avveniva inoltre secondo una procedura totemica: in altre parole, prima di partire, si traevano auspici dal comportamento di un animale, scelto come totem, e, in particolare, se ne seguivano i movimenti per avere indicazioni sulla direzione del viaggio. Ogni tribù aveva infatti un animale sacro agli dei: tre tribù sabelliche, i Sanniti, i Piceni e gli Irpini, erano migrati dalla Sabina sotto la guida di animali simbolici inviati dal dio Marte: rispettivamente un toro, un picchio (che infatti figura nello stemma della regione Marche) e un lupo (dal latino hirpus, da cui poi il nome dell’area detta Irpinia). Ma i racconti legati a questa pratica rituale sono tanti quante le varie popolazioni.

“Si racconta che Boiano si chiami così perché i giovani che si trasferivano in ver sacrum in un tempo lontanissimo dai colli dell’Umbria verso il Mezzogiorno, erano guidati da un bove che si fermò qui nel luogo dove sorge la città. Cercavano acqua e pascoli per gli armenti e clima dolce per i figli futuri. Il bove che li guidava, arrivati ai piedi del colle che è il primo che annunzia l’asprezza del Matese, brucò la tenerissima erba nata dalla terra umida, poi, levato il muso, udì lo scroscio del fiume che sgorga in due rami ai piedi del monte. Si avvicinò, bevve l’acqua fresca della polla e mandò nell’aria cristallina d’aprile un muggito sonoro di gioia. Poi si accosciò e i giovani compresero che erano giunti. Fecero i loro sacrifici, danzarono, si amarono nel folto dei boschi che allora coprivano fittissimi i colli circostanti e non si mossero più. Da Boiano si sparsero in tutta la regione, tagliarono i boschi, imbrigliarono le acque, dissodarono le terre e poi fondarono le loro città”.

A narrare il ver sacrum che portò alla fondazione dell’antica Bovianum (da bos, bovis, “bue”) è Francesco Jovine, nel racconto Il bove del “Ver sacrum”, tratto dal suo Viaggio nel Molise. Si tratta di una raccolta di scritti giornalistici, apparsi sul “Giornale d’Italia” nel 1941 e poi pubblicati per la prima volta in un volume nel 1967 (nel 2017 sono stati riproposti in una nuova edizione ampliata a cura e con un saggio di Sebastiano Martelli, per la Cosmo Iannone Editore di Isernia). Nonostante sia meno noto di Signora Ava del 1942, che risale agli stessi anni, e dell’ultimo romanzo, Le terre del Sacramento, che, nel 1950, pochi mesi dopo la precoce scomparsa dell’autore, gli valse il premio Viareggio per la narrativa, questo reportage è una sorta di ritorno di Jovine nel Molise, dopo il periodo trascorso dal 1937 al 1940 fra Tunisi e Il Cairo. È per questo, forse, che restituisce della regione un’immagine quasi mitica, lontana da quella che affiora dai racconti successivi e soprattutto dall’ultimo romanzo. Un’immagine che ci piace riproporre, a dispetto dello slogan Molise isn’t o Molisn’t e del complotto nato sul web sulla presunta inesistenza del Molise: non solo i Molisani esistono, ma, come ricorda Jovine nel racconto riportato sopra, “avevano, nel giro di alcuni secoli creata una civiltà che poteva gareggiare con quella delle colonie greche, superiore a quella, appena agli inizi, di Roma”.☺

 

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