La rabbia e il paradosso
5 Maggio 2017
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La rabbia e il paradosso

La rabbia e l’indifferenza sono la maledizione e il paradosso di questi nostri tempi.

La rabbia la si respira in ogni luogo, torna come una nenia in ogni discussione pubblica e privata, è la litania dei vecchi e nuovi masanielli. Ma attenzione non è l’antico luogo comune italico, non è il classico “piove, governo ladro”. È molto, molto di più, ha altra qualità e profondità. Non è come in passato una debolezza, un’incidente della democrazia, bensì il segno, la rivelazione evidente di una crisi della stessa democrazia e di quei princìpi che furono a fondamento della nostra civiltà. La protesta dell’uomo qualunque non è contro un governo o genericamente contro la politica, ma è la rabbia contro le classi dirigenti, contro l’establishment, contro le elite, contro un Parlamento vuoto e sempre più inutile; è la testimonianza di una disperata rivolta contro un potere sempre più astratto, sempre più lontano e sempre più inafferrabile; è l’indifferenza verso una democrazia che sempre più appare un osso di seppia alla deriva, una forma senza contenuto e un costo senza alcun vantaggio. Della rabbia antica quel che resta è la nota di fondo: quella cecità, quella furiosa irrazionalità, quel qualunquismo ideologico che è poi il fondamento della impotenza e della sconfitta certa.

Non solo, la rabbia di questo nuovo millennio non è di questo o quel paese, di questa o quella categoria sociale, ma è globale, non riconosce frontiere. Il fascismo fu una poco gloriosa invenzione italiana e poi fece scuola in Europa, e da sconfitto dopo diversi decenni tornò in superficie in questo o quel continente. La rabbia dei nostri giorni non ha un luogo elettivo, è una malattia che ritroviamo in tutto l’Occidente: in Austria come in Francia, in Italia come negli Stati Uniti, in Olanda come in Polonia, praticamente in tutti i paesi sino ad entrare nelle stesse civilissime società del Nord Europa. Sulle ragioni di questo stato di cose, su questo lato oscuro della globalizzazione e sulla pericolose tendenze dei nostri tempi sono più volte tornato, oggi vorrei limitarmi a sottolineare il Paradosso, il peccato di origine di questa situazione.

Il paradosso è evidente, mai come in questi ultimi venti anni si sono manifestate quelle contraddizioni che sono da sempre le ragioni storiche della sinistra. Le distanze fra ricchi e poveri si sono dilatate, i ceti intermedi nei paesi occidentali si sono proletarizzati, il fantasma della guerra non solo si manifesta quotidianamente nelle crudeltà dell’estremismo, ma rischia di tornare di attualità nello scontro fra le grandi potenze, Stati Uniti, Russia e ora anche la Cina.

La globalizzazione economica, finanziaria e tecnologica è stata una vera e profonda rivoluzione dall’alto: i meccanismi spontanei del mercato e i grandi interessi privati delle grandi metropoli capitalistiche hanno cambiato il mondo nel bene e nel male. Nel bene perché la povertà assoluta si è ridotta, perché la “conoscen- za” e la “comunicazione” sono un potenziale patrimonio universale. Nel male, perché la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi si è dilatata enormemente, perché il potere è ad una distanza siderale dal popolo, perché l’economia sta divorando il pianeta terra e il nostro futuro e, infine, la guerra è tornata ad essere il fantasma che si aggira per il mondo. Siamo entro grandi contraddizioni, entro grandi problemi, entro straordinari rischi e opportunità che avrebbero dovuto nutrire e alimentare una grande sinistra in Italia, come nel resto del mondo.

Ma così le cose non sono andate, la sinistra è come evaporata, la sinistra semplicemente non c’è, proprio nel momento storico nel quale più fertile e legittima sarebbe stata la sua funzione. È una situazione paradossale, come se Lenin avesse sciolto il partito bolscevico nel 1916 alla vigilia della rivoluzione di Ottobre. Non voglio essere né arrogante, né sprezzante fra i tanti che duramente tengono in piedi un’idea di sinistra, fatica alla quale non mi sottraggo. Ma a nessuno dovrebbe sfuggire la distanza fra la domanda politica di sinistra e la forza, la presenza della sinistra reale, non solo in Italia, ma nel mondo. Una sinistra elettoralmente significativa resiste in Grecia e in Spagna, poi abbiamo notte fonda in Occidente come nell’ex Unione Sovietica. La Cina è un’altra e complessa storia. Siamo arrivati nudi e impotenti alla meta. Le ragioni di questo stato di cose sono tante e più volte ci siamo tornati, a me preme riprendere un solo concetto che è poi la premessa del tutto. La credibilità è la fonte prima della legittimità e della stessa esistenza della sinistra. Questo capitale che la Resistenza al fascismo e poi le lotte operaie e popolari ci hanno consegnato è stato dilapidato, si è perso nella decadenza morale e politica della sinistra vecchia e nuova. Se non si parte da qui, ogni tentativo di tenere accesa quella fiammella sarà inutile. Senza il coraggio, la “fede” e la povertà dei primi anacoreti non si ricostruirà una comunità politica. Senza la forza del pensiero razionale e laico, senza l’analisi seria della realtà, senza l’intelligenza del progetto, della strategia e della teoria la comunità non diventerà popolo e al più sarà una setta.

Per uscire dalla palude la strada è lunga, ma le scorciatoie sono solo illusioni e perdita di tempo.☺

 

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