La sopravvivenza
1 Maggio 2017
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La sopravvivenza

Di solito parlo di ciò che accade in questa regione soprattutto dal punto di vista amministrativo. Di cosa parlare alla fine dell’anno? I vari Enti sono impegnati con i bilanci, ma non è un argomento facile da affrontare per una profana. Che dire della Società Autostrade per il Molise che, per spirito di sopravvivenza, ha deciso di modificare il proprio statuto? E poi ci sono i treni, se ci sono ancora, ridotti a sole tre corse per il tratto Campobasso-Termoli e ritorno.
In tutto questo irrompe un camion sul mercatino di Natale di Berlino a richiamare l’attenzione su altri scenari. Un tempo di violenza che si è trasformato in una piaga sanguinante in Siria, con Aleppo simbolo di un nuovo olocausto, e piccoli focolai che colpiscono anche la nostra cara, vecchia Europa. La strage di Berlino, ai piedi della cattedrale rimasta sfregiata in memoria dell’orrore della seconda guerra mondiale, a due passi dallo zoo di Christiane F., è l’immagine più precisa del tempo che viviamo. La morte per mano dell’uomo è il tema dominante anche nel periodo che ci accompagna al Natale, alle feste in famiglia, alle vacanze sulla neve. Una guerra non convenzionale che non conosce barriere e confini. Si tratta forse di un risvolto della globalizzazione che non avevamo preso in considerazione. Conquistare i mercati di tutto il pianeta era il sogno dei grandi mercanti che non avevano pensato che quasi tutte le terre di questo piccolo mondo sono popolate e che è assurdo pensare di consentire il viaggio e l’approdo di qualsiasi merce, ma non delle persone. Le persone, la vita, non hanno prezzo, sono beni inestimabili e pertanto non interessano il mercato, e la politica finge di interessarsene veramente. Se così non fosse si sarebbe trovata da tempo la soluzione per evitare che compagnie private e non vendano armi a Paesi in guerra. Invece spesso si decide per l’embargo, vale a dire evitare di far giungere in quei posti i beni di consumo che servono ai civili. Bombe si, patate no.
Tutte considerazioni che ti passano nella testa proprio mentre stai pensando a come far vivere lo spirito di Natale a tua figlia, cercando di recuperare i gesti della tua infanzia. Così mi sono tornati in mente i fitti rami appiccicosi di vischio che mio padre portava a casa e che mia madre intrecciava con un nastro rosso (lo stesso che portavamo allacciato al collo per andare a scuola) per appenderlo alla porta. L’agrifoglio, il pungitopo, le passeggiate nel bosco per raccogliere il muschio. Cose che non si possono più fare perché le piante sono protette, anche se si tratta di parassiti. Le piante non si toccano perché dobbiamo salvaguardare la loro sopravvivenza, allora si comprano stelle di Natale coltivate in serra, magari all’estero, magari sottopagando i lavoratori. Che fine hanno fatto i poteri magici che i druidi attribuivano al vischio? E la credenza dei popoli germanici che chiunque si baciasse sotto i suoi rami avrebbe ottenuto la protezione di Freya, moglie di Odino? Proteggiamo le piante e ci dimentichiamo dell’uomo, della sua storia, delle speranze e delle credenze.
Ogni anno, il 25 dicembre ci ricordiamo di un bambino nato al freddo di una grotta perché nessuno aveva voluto ospitare la sua famiglia in viaggio, eppure continuiamo a fare fatica ad accogliere.
Poi arriva il giorno in cui ti accorgi che solo grazie all’arrivo di bambini venuti da lontano si può riuscire a superare il limite delle pluriclassi e formare scolaresche omogenee più adatte all’attività didattica. Che la nostra società, ormai sulla via dell’invecchiamento, può sperare di mantenersi in equilibrio solo grazie alla natalità di coppie di stranieri. Anche il nostro piccolo Molise è molto più grande se includiamo tra la sua popolazione tutti coloro che vivono all’estero. Consideriamolo uno scambio: molisani che vanno e stranieri che vengono, un modo come un altro per sopravvivere a noi stessi.

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