La speranza mai rinunciataria
16 Ottobre 2020
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La speranza mai rinunciataria

Strano principio di settembre questo, ora che alla malinconia di fine estate e alla fibrillazione per la ripresa del tran tran quotidiano si è sostituita una sospensione d’animo fatta di inconsapevolezza e timori. A scuola i corsi di formazione sul covid, seriali, disanimati, hanno preso il posto delle dibattute programmazioni e i collegi, fervidi di saluti e giuramenti di fede al ruolo docente, sono divenuti uno schermo con miriadi di faccine schiacciate e mute; gli alunni dei corsi di recupero, poi, sono obbedienti, singolarmente obbedienti, quasi che tanta pena possa loro garantire a mo’ di premio non solo la piena promozione, ma anche il ritorno a quel che era: la classe che schiamazza prima della lezione, i compagni, le cose da sapere, vuoi o non vuoi, la ricreazione e gli scherzi, le voci graffiate degli insegnati.

Tutti, giovani e adulti, è come inseguissimo la vecchia realtà dalla coda e tirassimo a caso, col rischio di trovarci in mano brandelli di una stoffa logora coi quali un vestito buono non si riesce a cucirlo neanche per immaginazione: il passato è divenuto d’un colpo il luogo della perfezione e non ne individuiamo le tante storture, i punti di sclerosi. Eppure.

Quest’estate ho letto l’intera bibliografia di Massimo Carlotto, consiglio di un amico del cui gusto e sapienza in materia di libri non dubito in nessun caso. E di fatti Carlotto mi ha rapito, per giorni.

Il noir di Carlotto ha tutti i crismi del noir d’arte: trame intricate di fili narrativi che straordinariamente si riducono ad unum, tempi di azione ben cadenzati, rapidi o adagiati a seconda, suspense ad effetto, scioglimenti inattesi, una penna incisiva, crudele come è la realtà e patetica come è la realtà, senza sbavature nell’un senso né nell’altro; per fondo, un’indagine  impietosa del nostro mondo, specie della storia e della società italiane dagli anni Ottanta in poi.  Ex terroristi metà pentiti e metà recidivi in combutta con malavitosi di bassa lega, borghesia in ascesa pronta a tutto pur di compiere la scalata sociale nel Triveneto del miracolo economico ed altrove, mafia albanese, mafia del Brenta, magistrati in odor di corruzione e politici corrotti, servizi segreti e polizia che agiscono nei modi dell’extra-legale, vertici militari omertosi e violenti nella Sardegna delle spiagge luccicanti e costose, Carlotto svela il torbido sotteso ad una realtà benestante o aspirante al benessere, comunque rassicurante dal di fuori.

Leggere Carlotto è stato guardare in uno specchio stregato che restituisce il ritratto del nostro mondo dal rovescio, evidenziando quel che normalmente non si vede o non si vuole vedere; pagina dopo pagina, però, tristemente ci si riconosce, e si riflette su noi stessi, i nostri usi, le nostre credenze fallaci, sulla divisione manichea tra buoni e cattivi coi buoni santi e puri e i cattivi turpi e maledetti, sull’idea di giustizia che discende da questa scansione cieca; ci avvediamo, con Carlotto, che la realtà è ben più complicata, che sotto il velo della parvenza il buono e il cattivo si cambiano le parti o quanto meno si mescolano, fino a divenire indistinguibili: bene e male nei romanzi di Carlotto si mantengono in equilibrio precario su di uno stesso nebbioso crinale, da cui la giustizia, roba per vincitori, ricchi, potenti, affaristi ed istrioni ma preclusa ai vinti, precipita nel baratro chi non ce l’ha fatta ad emergere, per debolezza o atavica miseria economica e culturale.

A questa pratica di giustizia ingiusta si oppone la triade di criminali-gentiluomini tanto diversi tra loro quanto uniti da un sentimento vero di amicizia che è protagonista di una fortunata serie di romanzi di Carlotto: Marco  Buratti, detto “l’alligatore”, ingiustamente condannato a sette anni di carcere e con addosso la fragilità degli ex dete­nuti e l’ossessione della giustizia, Beniamino Rossini, contrabbandiere e gangster di vecchia scuola sempre attento all’onorabilità del crimine e del criminale, e Max “la memoria”, reduce della controinformazione e della lotta politica extra-parla- mentare degli anni Settanta. È una banda sgangherata la loro ed è senza dubbio una banda di scellerati, Rossini in particolare, che pare non avvertire affatto su di sé l’ombra greve della violenza, per quanta ne compia; tuttavia Buratti, Rossini, Max “la memoria” piacciono, perché si intravede in questi atipici malavitosi un’umanità autentica, non di facciata, non perbenista nei modi tranne essere smentita nei fatti; più degli altri affascina Buratti, ex cantante patito del blues e del calvados incapace di usare un’arma, facile a commuoversi davanti a un poliziotto con famiglia come davanti ad una prostituta slava, alla ricerca di una donna che dell’amore sappia il sapore gratuito di dedizione, sempre a caccia di una giustizia che meriti questo nome e che restituisca dignità a chi dalla vita ne ha avuta poca

Adesso, mentre ci avvertiamo in crisi e le nostre coscienze sono più duttili, disponibili alla divergenza, mi viene da sperare che uomini come Buratti, divergenti e veri, disposti a rischiare se stessi per far spazio ad una giustizia profondamente umana possano esistere o rinascere: c’è che la realtà spesso supera la fantasia e poi la speranza, ultima dèa, è per ciò stesso disperata ma tenace, immaginifica per definizione ma rinunciataria mai.

A presto.☺

 

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