La spinta profetica
30 Agosto 2018
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La spinta profetica

All’interno della raccolta dei Padri Apostolici, c’è la Lettera a Diogneto; essa era sconosciuta alla totalità dei Padri della Chiesa. L’unico manoscritto conosciuto è stato trovato in modo casuale da uno studioso in una pescheria di Costantinopoli nel 1436 dove le sue pagine sarebbero state usate per incartare il pesce. La storia del manoscritto si conclude nel 1870 quando la biblioteca dove era conservato fu bombardata e distrutta ma provvidenzialmente la Lettera era già stata pubblicata e studiata, per cui non abbiamo perso il suo contenuto. Di questo testo non si conosce l’autore e del destinatario si sa solo il nome. Il contenuto tuttavia assomiglia alle apologie scritte dal secondo secolo (quan- do la Lettera stessa fu scritta) in poi, tra le quali spiccano quelle di Giustino.

L’apologia è un tipo di letteratura che vuole difendere la fede cristiana dalle accuse di essere pericolosa per la stabilità sociale: la nostra Lettera rientra perfettamente in questa tipologia e contiene delle affermazioni molto efficaci e utili anche per il nostro tempo in cui il cristianesimo sta tornando ad essere marginale rispetto alla società in genere e viene spesso visto con sospetto. Il testo è stato diviso convenzionalmente in 12 capitoli dove si criticano i riti pagani e giudei basati sui sacrifici animali e si espone per sommi capi la fede cristiana. La parte che tuttavia colpisce maggiormente per la sua descrizione del rapporto tra i cristiani e il mondo circostante è contenuta nei capitoli 5-6, che costituiscono un manifesto dell’autentica identità cristiana. Vediamo qualche passaggio: “I cristiani né per paese né per lingua né per veste si distinguono dagli altri uomini … ma pur abitando in città greche o barbare, pur uniformandosi ai costumi del luogo, danno prova di un modo meraviglioso e paradossale di essere cittadini” (5,1.4). Un primo elemento è che i cristiani non si staccano dal modo di vivere degli altri, tuttavia non si adeguano semplicemente allo stile e ancor meno al pensiero dominante.

Una prima riflessione sarebbe necessaria proprio su ciò che attualmente accade riguardo ai migranti: i governi possono fare leggi restrittive e non evangeliche ma i cristiani possono semplicemente accettare queste leggi o devono indicare un modo altro di affrontare le questioni? Se ci si adegua a ciò che decide un governo a che serve il vangelo? Ecco perché il nostro anonimo dice che stanno in mezzo agli altri ma in modo paradossale: “Abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri; partecipano a tutto come cittadini e si adattano a tutto come stranieri: Ogni terra straniera è, per loro, patria; ogni patria è, per loro, terra straniera” (5,5). Il cristiano percepisce la propria alterità ed estraneità rispetto al mondo in cui è inserito (“abitano nel mondo ma non sono del mondo” afferma in 6,2): ecco perché non può accettare i confini tra gli stati quando sono usati per respingere altri; il cristiano per costituzione propria è dalla parte dello straniero, soprattutto quando questi è oltraggiato e rifiutato, quando non si riconoscono i suoi diritti fondamentali e la sua dignità: “I cristiani dimorano sulla terra ma la loro città è il cielo” (5,9). Attualizzando, si può dire che la carta d’identità del cristiano è il vangelo, non quella di una qualsiasi nazione. Questa cittadinanza non porta a rovesciare le strutture esistenti, non invita alla rivoluzione armata, ma spinge ad andare oltre le semplici regole umane: “Ubbidiscono alle leggi stabilite, ma con la loro vita spingono ben oltre la legge” (5,10).

Nel capitolo successivo l’Autore paragona i cristiani all’anima e il mondo in cui vivono al corpo arrivando a dire: “Il mondo odia i cristiani perché si schierano contro i piaceri” (6,5). Oggi dovremmo aggiungere: sono contro il disprezzo dell’uomo, sono contro la chiusura nei confronti dei disperati, sono contro il primato dell’avere sull’essere, del profitto sulla dignità dell’uomo; o almeno così dovrebbero essere per mostrarsi fedeli al vangelo, a questa cittadinanza che rende stranieri e quindi solidali con gli stranieri. Dico dovrebbe perché proprio tra molti cattolici cosiddetti praticanti o forse meglio dire militanti e anche nel clero oggi si applaudono certe scelte antievangeliche, che, facendo un paragone, è come accettare che si debba abortire visto che non ci si può impegnare nella prevenzione. Se il cristianesimo perde la spinta profetica per andare oltre ciò che praticamente si dice che vada fatto, non ha più senso e quindi è meglio metterlo in un museo.

L’anonimo autore della Lettera a Diogneto ci esorta ad andare oltre, a riappropriarci del ruolo di apripista per costruire una società migliore, anziché adeguarci a chi del cristianesimo ostenta solo rosari e crocifissi per brandirli come arma contro i crocifissi in carne ed ossa: “Dio (conclude il nostro autore) ha assegnato ai cristiani un compito così grande che non è loro lecito sottrarsene” (6,10) pena, aggiungo io, la totale inutilità e insignificanza.☺

 

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