La struttura schiumosa
13 giugno 2018
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La struttura schiumosa

Quanti modi esistono di parlare? Quante forme? Quante parole da scegliere o scartare, ammesso che serva una selezione o esclusione linguistica?

Nel 1963 Betty Friedan pubblicò La mistica della femminilità, il risultato di un’inchiesta condotta all’interno dello Smith College per comprendere quali fossero le ambizioni, le aspettative e le sensazioni delle sue coetanee rispetto alla vita presente e futura. Il libro, incentrato sul disagio psicologico e sociologico delle donne americane appartenenti alla classe media, conteneva una denuncia nata a partire dall’intuizione che esistesse una mancanza profonda, quella della parola come pratica di autocoscienza femminile: “C’è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso. È una strana inquietudine, un senso di insoddisfazione. […] Per più di quindici anni non si è fatta parola di questo turbamento nelle rubriche, nei libri, negli articoli scritti dalle donne e per le donne.” . Betty rintracciò il primo tentativo d’espressione di tale inquietudine in una madre di quattro figli che a un caffè parlò con tranquilla disperazione del “proble- ma”, liquidando in un termine solo il tormento esistenziale causato dall’ insufficienza cronica delle vite condotte dalle donne tra il marito, i figli e la casa, nonché l’esigenza impellente di un’ autodeterminazione, di un riconoscimento a se stesse di personalità e identità, di pulsioni intellettuali e intime da esercitare nel quotidiano.

La questione sembrerebbe quasi pretestuosa, e tuttavia risultava e risulta ancora oggi sufficientemente complessa da occupare moltissime studiose senza che una soluzione ottenga il primato sulle altre possibili. Per fare un esempio, Marguerite Duras – e con lei Hélène Cixous, l’italiana Edda Melon e tante altre pensatrici – era assolutamente convinta che la differenza sessuale tra uomo e donna si trasponesse e si dovesse palesare anche nella scrittura come “differenza al lavoro, differenza nella lingua, passaggio continuo dalla voce allo scritto, dal corpo al testo, mobilità soggettiva, attraversamento continuo”, poiché il luogo da cui la parola si attinge, quel luogo che Monica Farnetti chiamerebbe “la struttura schiumosa della nostra psiche”, è differente per uomini e donne.

È stata spontaneamente elaborata e praticata con le medesime implicazioni anche al di fuori dell’Occidente, e cioè nel contesto della poesia araba femminile, dove non esistendo una forma ritenuta adeguata a esprimere il sentire, è stata inventata. Quando l’iraniana Nazik al Mala’ika pubblicò Schegge e Cenere, era il 1949. Fino ad allora, eccetto qualche sporadico caso, la forma della poesia araba era rimasta invariata dai suoi albori, obbligatoriamente assoggettata all’autorità di un rigido schema metrico che prevedeva che tutte le parole finali dei versi rimassero tra loro e che tutti i versi fossero divisi in due emistichi da una cesura centrale. Poi Nazik al Mala’ika, nel 1946, pubblicò “Il colera”, la “prima poesia araba in versi sciolti”, e tre anni dopo la prima raccolta poetica in versi sciolti, preceduta da una lunga prefazione che esplicava la necessità di una parola libera su cui potesse costituirsi e costruirsi la libertà. Qualche esempio di tale operazione sono l’ormai celeberrimo ed emblematico

Perché abbiamo paura delle parole

Perché abbiamo paura delle parole

quando sono state mani dal palmo rosa,

delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote,

e calici di vino rincuorante

sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?

Perché abbiamo paura delle parole

quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,

la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate

la venuta di un’epoca di alba incantata,

intrisa d’amore e di vita?

Ci siamo assuefatti al silenzio.

Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere le nostre labbra.

Abbiamo pensato che nelle parole giaceva un folletto invisibile,

rannicchiato, nascosto dalle lettere dalle orecchie del tempo.

Abbiamo incatenato le lettere assetate,

vietando loro di diffondere la notte per noi

come un cuscino, gocciolante di musica, sogni,

e caldi calici.

Perché abbiamo paura delle parole?

Tra di loro ne esistono di incredibile dolcezza

le cui lettere hanno estratto il tepore della speranza da due labbra,

e altre che, esultando di gioia

si sono fatte strada tra la felicità momentanea di due occhi

inebriati.

Parole, poesia, teneramente

hanno accarezzato le nostre gote, suoni

che, assopiti nella loro eco, colorano una frusciante,

segreta passione, un desiderio segreto.

Perché abbiamo paura delle parole?

Se una volta le loro spine ci hanno ferito,

hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo

e diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.

Se le loro lettere ci hanno trafitto

e il loro viso si è voltato stizzito

ci hanno anche lasciato un liuto in mano

e domani ci inonderanno di vita.

Su, versaci due calici di parole.

Domani ci costruiremo un nido di sogno di parole,

in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.

Nutriremo i suoi germogli con la poesia

e innaffieremo i suoi fiori con le parole.

Costruiremo un terrazzo per la timida rosa

con colonne fatte di parole,

e una stanza fresca inondata di ombra,

protetta da parole.

Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera

chi pregheremo… se non le parole?

La più intimistica e inquieta “Io”:

La notte mi chiede chi sono

sono il segreto della profonda nera insonnia

sono il suo silenzio ribelle

ho mascherato l’anima di questo silenzio

ho avvolto il cuore di dubbi

immota qui

porgo l’orecchio

e i secoli mi chiedono

chi sono

E il vento chiede chi sono

sono la sua anima inquieta rinnegata dal tempo

come lui sono in nessun luogo

continuiamo a camminare e non c’è fine

continuiamo a passare e non c’è posa

giunti al baratro

lo crediamo il termine della pena

e quello è invece l’infinito

Il destino chiede chi sono

potente come lui piego le epoche

e ridòno loro la vita

creo il passato più remoto

dall’incanto di una vibrante speranza

e lo sotterro ancora

per forgiarmi un nuovo ieri

di un domani gelido

Il sé chiede chi sono

come lui vago, gli occhi fissi nel buio

nulla che mi doni la pace

resto ancora e chiedo, e la risposta

resta nascosta dietro il miraggio

ancora lo credo vicino

al mio raggiungerlo tramonta

dissolto, dispare

Dovremmo ricordare tutto ciò, versare, fare rivoluzioni di fronte al futuro (?) parlamento per ridere sulle due donne scelte, per ridere di tutte o quasi le politiche scelte nel tempo che nella maggior parte sono la fotocopia nel linguaggio e nel potere, degli uomini: solo conservando la schiuma della differenza potremo iniziare, noi donne, a parlare e costruire un mondo: diverso dalla torre di babele maschile.☺

 

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