la tavola e il divario  di Dario Carlone
1 Dicembre 2011
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la tavola e il divario di Dario Carlone

 

Termometro permanente del rischio: questa una delle innumerevoli perifrasi utilizzate per parlare, a livello mediatico, di un elemento di finanza con il quale stiamo, nostro malgrado, familiarizzando in questi ultimi mesi. Alla nostra realtà quotidiana, drammaticamente concreta, sembra essersi sovrapposto un numero, una cifra percentuale in continua oscillazione che denominiamo con il vocabolo inglese spread [pronuncia: sprèd].

È l’incubo di queste settimane per coloro (pochi?) i cui volti non si vedono mai perché intenti a procurarsi grossi guadagni, dietro gli schermi dei computer, ad intraprendere operazioni e speculazioni nei mercati finanziari; coloro che vedono il rischio nel mancato introito preventivato.

Il termine anglofono spread, a ben vedere, accoglie tra i suoi significati, nel linguaggio economico-commerciale, quello di  “differenza tra prezzi o tassi”: nel caso specifico dell’economia dell’Unione Europea, spread equivale, com’è noto per noi italiani, alla differenza in percentuale tra i rendimenti dei buoni del Tesoro italiani – che sono titoli di debito pubblico – e quelli tedeschi – chiamati Bund. Come ci confermano gli esperti del settore, per evitare che l’Italia (come pure altre nazioni dell’UE) paghino interessi sempre più esosi, questa differenza deve mantenersi bassa e per permettere ciò i governi (tecnici o politici che siano) devono controllare la spesa pubblica e, di conseguenza, imporre sacrifici ai cittadini.

Riprendendo l’esame del vocabolo possiamo osservare che spread, in quanto forma verbale trova  in italiano corrispondenza in numerosi verbi: diffondere, allargare, distribuire, spalmare; può esprimere azioni riflessive – distendersi, espandersi – come pure stiracchiarsi o, per un volatile, dispiegare le ali.

L’idea che viene veicolata dalla parola inglese è quella di spazio: spread, traducendo infatti come sostantivo espansione o diffusione, ci richiama alla dimensione di superficie mobile, che si estende e dà origine a settori sempre più vasti; ci suggerisce la sensazione di movimento verso luoghi lontani che si cerca di raggiungere e conquistare, ma allo stesso tempo comunica anche il senso della distanza e della separazione, che rende quei punti sempre più lontani, abbandonati alla più totale indifferenza.

Una distanza che però non indica il vuoto: bensì un intervallo in cui prendono posto cifre, decimali, interessi, valute, denaro. Un divario che è riempito da egoismi, profitto, e non soltanto in termini finanziari: quell’interesse e quelle speculazioni si traducono nel chiudere gli occhi di fronte all’umanità, nel mostrarsi sordi alle grida di quanti (minimi) rivendicano il giusto per sé, nel volgere lo sguardo altrove rispetto alla miseria dei più, nel non considerare “rischio” la vita delle persone…

Spread, metafora del divario che sempre più profondo e atroce allontana la maggior parte della popolazione mondiale dall’accesso alle risorse primarie, alle condizioni essenziali di sopravvivenza, al cibo!

Parlando di decrescita felice, che non deve in alcun modo misurare millimetricamente il prodotto interno lordo delle nazioni e basarsi su parametri di valutazione dettati dalla finanza e dalle banche, Maurizio Pallante osserva che “il nostro stile di vita occidentale è possibile perché l’80 per cento dei commensali non si siederà mai a questo banchetto”.

Per chi allora è imbandita questa tavola che cresce giorno per giorno, che si estende, amplifica e arricchisce, a discapito di chi avrebbe diritto ad accostarvisi?  ☺

dario.carlone@tiscali.it

 

 

 

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