la tenda in mezzo a noi
22 Febbraio 2010
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la tenda in mezzo a noi

Il mistero del Natale è tutto racchiuso in una singola frase che ogni anno riascoltiamo nella liturgia: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Il testo originale è molto più evocativo in quanto parla di una tenda: “Pose la sua tenda in mezzo a noi”. L’immagine richiama l’evento dell’Esodo, quando Dio stesso fa costruire una tenda per andare ad abitare in mezzo al suo popolo (Es 40) ma ancora di più la costruzione di quella tenda, con la discesa di Dio, rappresenta il compimento di tutta la creazione, come insegnano i miti del medio oriente antico. Per capire la profondità ma anche la provocazione di quella frase del vangelo di Giovanni, dobbiamo tenere presente anche questi riferimenti. C’è nella bibbia un’altra idea legata all’immagine della tenda: quella della fragilità della vita. Il re Ezechia parla della sua malattia dicendo: “La mia dimora è stata divelta e gettata lontano come una tenda di pastori; come un tessitore hai arrotolato la mia vita” (Is 38,12). Nell’affermazione del vangelo le due immagini sono concentrate in un’unica persona: Gesù Cristo.

Quando parliamo dell’incarnazione non dobbiamo pensare alle grandi discussioni teologiche per le quali i cristiani e soprattutto i membri della gerarchia si sono accanitamente combattuti accaparrandosi i favori degli imperatori di turno e celebrando concili spesati dalla corte imperiale. Quell’affermazione ci riporta alla freschezza dei vangeli che non hanno semplicemente riportato gli  insegnamenti di Gesù oppure discusso sul mistero della sua persona, ma hanno raccontato la sua vita umana concreta: hanno presentato, infatti, la povertà della sua città d’origine, Nazaret che, come Betlemme, non era che un piccolo borgo della periferia dell’impero; hanno descritto una famiglia di lavoratori umili e una cerchia di discepoli provenienti dal popolo; hanno insistito sulla scelta continuata nel tempo da parte di Gesù di occuparsi di persone emarginate come lui, piagate nel corpo e nello spirito e proprio per questo espulsi dalla società; hanno con coraggio indicato i nemici di Gesù, quei detentori del potere religioso e politico che mal sopportavano chi presentava il volto di un Dio amorevole, che non necessita di riti per essere incontrato e che quindi non è più monopolio di caste sacerdotali e interpreti di sacri testi, che vuole essere invocato come padre e di conseguenza vuole che vediamo negli altri dei fratelli.

Dire che la Parola di Dio si è fatta carne è l’affermazione più rivoluzionaria della storia umana, in quanto spoglia la fede di quella ritualità che crea barriere tra Dio e uomo ma anche, di conseguenza, tra uomini consacrati (siano preti o re) e il resto dell’umanità. Ma significa anche che per incontrare Dio dobbiamo guardare all’umanità concreta di un uomo che è vissuto, ha sofferto, ha voluto stare con i suoi simili, si è sporcato le mani e la fedina penale pur di difendere e servire gli ultimi. Ecco perché i vangeli sono racconti: si può parlare di amore solo raccontando come si ama concretamente; anzi, si può parlare di Dio solo se continuiamo la sua opera di creazione, portando vita dove c’è morte, portando bene dove c’è male, perché è questo che ha fatto Dio, mettendo ordine dove c’era caos, portando luce dove c’era tenebra. Dire, poi, che la Parola ha messo la sua tenda in mezzo a noi significa allo stesso tempo sapere che Dio non si è presentato nella potenza di una divinità superba, bensì nella debolezza di un’esistenza fragile che condivide la fatica degli uomini. La fede cristiana non può quindi andare a braccetto con il potere: questo i cristiani lo avevano capito molto bene quando il loro semplice esistere infastidiva i potenti; quando invece la religione cristiana si è legata all’impero, la presentazione dell’esistenza umile di Gesù e lo scandalo della sua morte sono state soppiantate dalle speculazioni teologiche. Certo, anche prima di Costantino non mancava la riflessione astratta, ma il fascino contagioso di Gesù era dato dal sentirlo solidale con la massa dei reietti che hanno abbracciato il vangelo, preoccupando l’impero.

Una volta, quindi, assicurato il controllo sui cristiani, si è dato libero sfogo alla speculazione teologica per neutralizzare l’incarnazione. I cristiani hanno continuato, a leggere il vangelo ma sempre di più l’esempio di Gesù è stato presentato non come la via necessaria da percorrere ma come la manifestazione gloriosa di un Dio simile alle divinità pagane e, se prima l’imperatore era un loro emissario, ora era presentato come il vicario di un Cristo glorioso, la cui morte in croce era un atto eroico e la cui vita di servizio era l’azione di un re benefattore. La costante commistione tra potere e cristianesimo lungo la storia ha mantenuto in vita l’equivoco ampiamente annunciato dal Vangelo di Giovanni: “Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,12) e tuttavia, lungo la storia cristiana, il Gesù dei vangeli ha continuato a parlare rivivendo in coloro che, comprendendo fino in fondo chi è Gesù Cristo, hanno speso la loro vita per gli altri, permettendo ancora alla Parola del Dio della vita di diventare carne: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,13).☺

mike.tartaglia@virgilio.it

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