la torre dell’omologazione
25 Aprile 2010
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la torre dell’omologazione

 

 

Lo strano racconto della torre di Babele (Gn 11,1-9) può sembrare, a prima vista, un’ulteriore riprova di quanto Dio sia dispettoso nei confronti dell’umanità che cerca di emanciparsi dalla sua pervasiva presenza. In realtà è necessario collocare il racconto nel contesto culturale e storico in cui è stato creato. Esso è nato all’epoca dell’esilio babilonese, quando gli ebrei, prima conquistati e poi deportati, hanno potuto vedere di persona i simboli del potere babilonese (Babele è il nome ebraico per Babilonia), le ziggurat, torri altissime che servivano per rendere culto alle divinità protettrici dello Stato. Gli esiliati vedevano in queste costruzioni il simbolo della loro oppressione, in quanto i babilonesi attribuivano al loro dio, Marduk, le vittorie e le conquiste dei popoli. Per Israele invece ciò era considerato superbia nei confronti di Dio che quindi aveva reso quella città, piena di popoli così diversi, come ogni capitale di impero, un’accozzaglia di lingue incomprensibili. Quella che apparentemente può sembrare una punizione, per gli oppressi che riflettevano sulla loro condizione, era in realtà la prova che, per quanto si tenti di uniformare gli uomini costringendoli ad un pensiero unico (incarnato nella imposizione del dio vincitore) non si fa altro che innescare il desiderio di conservare la propria identità, con più attenzione e consapevolezza. Di per sé questo può sembrare negativo, ma se si guarda al fine dell’opera di conformazione al pensiero unico, si comprende che la resistenza mentale, il coltivare linguaggi diversi è una riaffermazione dell’umanità nella sua sete di libertà e autonomia.

L’ironia del racconto biblico sta nell’intenzione che sta sotto la costruzione della torre: quella di farsi un nome. In realtà il racconto biblico della creazione ha già detto che l’uomo non può dare un nome a se stesso perché lo riceve solo da Dio, mentre può dare il nome agli esseri viventi (compresa la donna, nel secondo racconto della creazione); dare il nome infatti significa esercitare un potere. All’uomo il nome è dato da Dio in quanto è sottomesso alla sua autorità. Darsi il nome da solo e volere arrivare fino al cielo significa, quindi, voler togliere Dio di mezzo. Ma cosa ha comportato per i popoli fare quest’operazione? In realtà al posto di Dio sono stati insediati uomini divinizzati, che pretendevano il culto e l’obbedienza cieca, che avevano potere di vita e di morte sui propri sudditi. Il racconto della torre è una vera riflessione politica da parte di coloro che erano stati deportati, strappati dalla loro terra e dalla loro vita per essere impiegati come schiavi nella costruzione delle torri di Babilonia, erette per esaltare ancora di più la gloria di questi despoti divinizzati. La denuncia politica del racconto è stata colta molto bene anche nella tradizione rabbinica che ha ampliato il racconto di Babele sottolineando il disprezzo per la vita umana connesso con la costruzione della torre: quando infatti si rompeva un mattone, si piangeva, in quanto si rallentava la costruzione della torre, ma quando cadeva un uomo per morire sfracellato, nessuno ci faceva caso. La confusione delle lingue è causata da Dio per non fare terminare un’ opera che serve per idolatrare un potere e nasce sul sangue degli oppressi, per cui la nascita delle diverse lingue diventa una benedizione, perché significa che ognuno può coltivare un proprio pensiero, che non si è soggetti a un pensiero unico gestito da un’oligarchia di potere che tende solo ad aumentare i propri guadagni e a coltivare i propri interessi.

Oggi assistiamo ancora al tentativo di realizzare un progetto di uniformità di pensiero, reso possibile dal controllo dei mezzi di comunicazione che hanno appiattito il linguaggio e tolto la capacità di pensare, in quanto infarciti di slogan pubblicitari e banalità false suggerite a ripetizione, come già aveva capito Hitler quando diceva che una falsità ripetuta più volte diventa verità. Di fronte a questa tendenza all’appiattimento, ammantata di difesa di sacri valori contro le altre culture che stanno calcando le nostre strade, il pericolo non è certo la frammentazione ma piuttosto il tentativo di togliere ogni differenza di pensiero per giungere non all’uniformità delle ideologie, come avveniva fino a poco tempo fa, ma allo status di consumatori che non hanno più altro scopo nella vita che girare come zombie nei centri commerciali. La confusione delle lingue è la via d’uscita dalla forza centripeta del conformismo per ritrovare il gusto invece di un’autonomia di pensiero e di azione. Ciò che Dio voleva impedire di realizzare è la perdita di dignità dell’uomo che non aveva più valore in se stesso ma solo in quanto pedina nella costruzione di un’opera che serviva all’affermazione del potere di quei pochi che avrebbero potuto occupare la cima, salvo poi essere gettati nella spazzatura quando non si era più utili all’impresa.

La lingua che ciascun uomo ha ricevuto in dono da Dio con quell’operazione di disturbo è il simbolo della propria dignità ritrovata, che permette di comprendere che si è più importanti di ciò che si produce e che siamo ciascuno per l’altro un mistero che solo a fatica può essere colto, e solo in parte. Il farci ridurre oggi ad auditel o a cifra di indagine di mercato, ci rende ingranaggi di un meccanismo che serve solo a chi gestisce il potere. Prima ci riappropriamo del nostro personale linguaggio, delle nostre legittime aspirazioni, senza cedere alle sirene e agli slogan del mercato, e prima contribuiremo all’abbattimento di una torre di cui allo stato attuale è molto faticoso scorgere la cima. ☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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