L’acqua che non c’è più
7 Luglio 2022
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L’acqua che non c’è più

Non so a voi, ma a me le immagini apocalittiche del Po ridotto ad un rigagnolo e il quotidiano bollettino di fiumi e laghi prosciugati mettono addosso un terrore ancestrale, oltre ovviamente ad una rabbia insopportabile. Un po’ per la sensazione strisciante che la fine del nostro mondo sia davvero vicina, un po’ perché sembra incredibile che il Grande Fiume cantato da tanti romanzieri e poeti, immagine costante di ampiezza e potenza, sia diventato così misero e fragile.

Dopo le sensazioni immediate, però, subentra il ragionamento; e anche a chi non sia un appassionato ecologista diventa subito chiaro che la tragedia (perché di questo si tratta) a cui assistiamo ora non è arrivata inaspettata, né è provocata da normali periodi idrici di secca. Ricordo che già nel 2003, quando si verificò la prima estate bollente e le campagne da nord a sud erano immense distese di stoppie riarse, o bruciavano per incuria e dolo, i geologi e i climatologi avvertirono ripetutamente i decisori politici della assoluta necessità di cominciare a predisporre invasi per accumulare l’acqua piovana, a modificare i sistemi di irrigazione per renderli adatti ad un minor consumo, a programmare anche un cambio di colture per favorire quelle meno idrovore.

Tutti appelli caduti ovviamente nel vuoto; e anzi il potere economico e politico ha aumentato l’accelerazione forsennata verso agricoltura, allevamento, industria e produzione energetica vocate al massimo rendimento nel minimo arco temporale. Si è continuato a ritenere inesauribili le risorse limitate del pianeta, e quel che è peggio le si è messe sempre più sul mercato, in dispregio alla loro intrinseca natura di beni comuni. Un capitalismo dal volto nero, predatorio, disumano; che ha però prodotto utili stratosferici per i nostri liberisti d’assalto, gli stolti ancora convinti, nonostante le crisi sistemiche ricorrenti, che il mercato si autoregoli a vantaggio di tutti.

Questa intossicazione da profitti fa sì, incredibilmente, che tutte le grandi istituzioni mondiali, compresa l’Unione Europea, considerino ancora un problema la giustizia climatica che i giovani di tutto il mondo rivendicano, e pensino solo ai costi di un vero cambiamento di paradigma, invece di rendersi conto, davanti alle ondate di caldo tropicale, alla siccità diffusa ovunque, agli uragani ormai comuni anche da noi, che non è più questione di discutere se abbiano ragione i climatologi, ma solo di quanto tempo sia rimasto prima dell’apocalisse.

E noi saremmo la specie con il più alto grado di sviluppo intellettivo! Non sembrerebbe, a vedere come il governo risponde ai problemi energetici creati dalla guerra con la riaccensione a tutto volume delle centrali a carbone e con la ripresa delle trivellazioni. Usciamo dal fossile potenziando il fossile, demenziale davvero.

Tornando all’acqua, come stiamo messi in Molise? Sicuramente meglio della Pianura Padana, ma solo perché il nostro inverno è stato più piovoso; e non dobbiamo dimenticare le inevitabili richieste di aiuto che arriveranno da regioni meno fortunate, Puglia e Campania in primis. Né va sottovalutato il fatto che l’EGAM, l’ente che gestirà il sistema idrico regionale, ha recentemente approvato uno statuto iniquo, non discusso con nessun comune, imposto senza diritto di replica e modifica e improntato alle norme del diritto privato, che non pone quindi l’ente, solo nominalmente pubblico, al riparo dall’ingresso di speculatori privati. Con buona pace dei diritti conquistati con il referendum più votato, amato e voluto in Italia, quello che nel 2011 decretò l’acqua bene comune sottratto al profitto.

Poiché dunque a livello mondiale, nazionale e locale vince ancora il modello iperliberista lontano anni luce dalle ragioni della vita, della cura e della condivisione, non abbiamo che una strada percorribile: le comunità locali devono insorgere dal basso. E possono farlo prima di tutto con le elezioni, non tanto distanti ormai in Molise: occorre una presa in carico individuale e collettiva della responsabilità che il voto ci conferisce, e se necessario anche del dovere di partecipare in prima persona. A governare la regione deve andare solo chi dimostri nei fatti di avere a cuore prima di tutto la crisi climatica, e da questa consapevolezza faccia discendere scelte economiche, produttive, sociali che non guardino alla crescita liberista infinita, ma consentano a tutti e ad ognuno di avere un salario degno, una sanità umana ed efficiente, un ambiente tutelato e non sfruttato, rispetto anche nella diversità, accoglienza e integrazione.

Magari partendo dalla rivendicazione non negoziabile che i molti soldi del PNRR vadano alla cura e alla manutenzione dei luoghi, e non alle armi e alle basi militari dentro le riserve naturali, come ha recentemente fatto notare Marco Bersani su Il Manifesto.☺

 

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