L’albero da cui è sbocciato il messia
10 Novembre 2019
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L’albero da cui è sbocciato il messia

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco… Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (Mt 1,1.2.16).

Il vangelo secondo Matteo apre il canone del Nuovo Testamento. Scritto molto probabilmente ad Antiochia di Siria dopo il 70 d. C., anno della distruzione del tempio di Gerusalemme, s’indirizza a dei cristiani provenienti dal giudaismo. Viene definito il vangelo ecclesiale per la ricchezza d’indicazioni relative alla vita della comunità cristiana e perché è l’unico vangelo a contenere il termine ekklesía (“chiesa”, cf. 16,18; 18,17). Il vangelo alterna sezioni narrative a importanti discorsi (della montagna, missionario, parabolico, ecclesiale, escatologico) e contiene dieci parole di compimento (“questo avvenne… affinché si compisse…”), che indicano la stretta connessione tra la parola profetica e l’evento Cristo, tra la prima e la nuova alleanza, e attestano il filo rosso del disegno di Dio.

Sono tante le perle racchiuse nel Vangelo di Matteo. Una tra tante la sua genealogia (1,1-17) che riassume la storia della salvezza da Abramo a Gesù, passando per la linea monarchica che ha il suo apice nel regno di Davide e la sua decadenza nell’esilio babilonese. Essa si apre definendo Gesù figlio di Davide (mettendo l’accento sulla sua appartenenza al popolo ebraico) e figlio di Abramo (richiamando la promessa fatta al patriarca: “In te si diranno benedetti tutti i popoli della terra”). Segue poi una lista di nomi intesa a mostrare che nessuno si dà la vita da se stesso ma la riceve da un altro e che ogni uomo è figlio, cioè generato da un altro che gli ha dato il nome. Il susseguirsi ritmico di nomi (Abramo, Isacco, Giacobbe…) e del verbo generò indicano lo scorrere della vita “di generazione in generazione” e, per il popolo ebraico, anche lo scorrere della fede.

In questa cascata di nomi si coglie un tratto inedito: in uno spazio riservato ai soli uomini, Matteo fa entrare in scena cinque donne. Le prime quattro provengono dal Primo Testamento, la quinta è Maria di Nazaret che apre il Nuovo. Con lei non si usa più il verbo generò ma fu generato perché non è più l’uomo l’artefice della generazione e la verginità da vergogna si muta in esperienza feconda che attesta il primato di Dio.

Le prime quattro donne, diversamente da Maria, non hanno il pedigree ebraico e hanno vissuto situazioni coniugali travagliate: Tamar si finge prostituta per assicurare una discendenza al marito che è morto; Racab è la prostituta di Gerico che accoglie gli esploratori ebrei; Rut è la vedova straniera che si prende cura di sua suocera e ne abbraccia la fede e che si fa sposare da Booz divenendo la bisnonna di Davide; la moglie di Uria l’hittita, Betsabea, che commette adulterio con Davide, partorisce il re Salomone; Maria, figlia d’Israele, è la madre del Messia nella carne e dei suoi discepoli nello Spirito. Così Matteo fa entrare in scena queste donne per mostrare che è giunto un tempo nuovo: quello in cui l’amore per la vita prevale sulla legge, quello in cui l’azione liberante e terapeutica di Dio prevale su quella umana, quella in cui la donna non è solo madre dei suoi figli ma anche di un popolo e di una storia che si fa canto e fragranza di salvezza.

Quando sfogliamo l’album di famiglia spesso scartiamo le foto che non ci piacciono, nostre o di parenti poco amabili o coi quali non siamo in buoni rapporti. Non così nell’album di famiglia di Gesù. Ogni volto è importante, ogni nome è un germoglio che fa fiorire la storia sacra. Gli antenati di Gesù non sono santini ma persone di carne, coinvolte nella costruzione della casa di Israele. Tra loro delle donne perché il Messia ama la compassione che sboccia ostinata nel cuore di ogni donna. Tra loro delle straniere perché il Messia ama il meticciato e infrange ogni idea di purità della razza. L’Emmanuele, infatti, è il compagno di viaggio di ogni uomo e di ogni donna. Guarisce le pecore perdute della casa di Israele ma ha a cuore anche gli stranieri, è fiero del suo essere ebreo ma anche del suo essere straniero e pellegrino sulla terra.                             

 

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