L’albero dei filosofi
4 Ottobre 2019
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L’albero dei filosofi

Il platano maggiormente diffuso nei nostri parchi e lungo i viali delle nostre città deriva da due specie diverse che si sono ibridate con il tempo, e cioè il Platanus occidentalis, comune nel Nord America, e il Platanus orientalis, originario delle zone medio asiatiche. Si tratta del Platanus acerifolia, appartenente alla famiglia delle Platanacee, che cresce anche spontaneamente e viene coltivato principalmente a scopo ornamentale.

Pianta rustica e resistente alle potature, è molto diffusa in quanto particolarmente resistente allo smog. Sebbene preferisca un clima soleggiato e mite, tollera bene gli sbalzi di temperatura e anche gli inverni rigidi. Non ha bisogno di particolari potature e non soffre se sottoposto a tagli drastici. Per tutte queste caratteristiche, il platano ibrido o comune è una specie molto longeva, che può vivere fino a 250 anni di età. Alla fine della sua secolare vita, offre un legname di colore bianco rossastro e bianco giallognolo, utilizzato per varie finalità (mobili e oggetti, anche ben torniti), non ultimo il riscaldamento. Il suo legno è molto apprezzato anche in edilizia.

Il termine Platanus viene dal greco plátanos, derivato da platús, “ampio”, per via della larga chioma dalla forma piramidale e delle grandi foglie palmate, che misurano circa 15 o 20 centimetri e che con i loro cinque lobi ricordano il palmo di una mano aperta. Il nome della specie, acer, “aguzzo”, si deve ai lobi appuntiti delle foglie.

Proprio per la forma particolare delle sue foglie e soprattutto per le sue dimensioni maestose, l’albero del platano è facilmente riconoscibile: imponente, dal tronco eretto e robusto, è alto circa 20-30 metri e ha una circonferenza che va dai 6 agli 8 metri. Per coltivare in giardino questo vero gigante della nostra flora arborea si deve disporre di uno spazio piuttosto ampio (l’operazione di messa a dimora va fatta nel mese di aprile tramite i semi o tramite talea). Il fusto è caratterizzato da una corteccia a chiazze, molto friabile, che con il tempo tende a disquamarsi. In primavera il platano genera infiorescenze dalla forma tondeggiante di colore rossastro o giallastro, mentre durante l’inverno presenta piccoli frutti rotondi che, una volta maturi, sprigionano abbondanti semi. In autunno le foglie diventano prima rosseggianti e successivamente gialle, conferendo a tutta la chioma dell’albero un aspetto ancora più suggestivo.

Il momento della caduta delle sue foglie è rievocato nei versi di una celebre canzone interpretata da Claudio Villa e risultata vincitrice al Festival di Sanremo del 1954: “Piangono le foglie gialle,/ tutte intorno a me… chiedono/ al mormorio dei platani:/ “Dov’e?”… vedendomi con te”.

Ma anche in passato gli altri principali caratteri botanici del platano hanno ispirato versi e racconti.

Secondo un’antica leggenda, nel Paradiso terrestre, il serpente, dopo aver tentato Eva, per timore di una vendetta del Signore, si nascose nella cavità di un grande platano, che aveva una corteccia liscia e argentea. Quando Dio passò di albero in albero alla ricerca del serpente, il platano, sedotto dal diavolo, non rivelò di ospitarlo tra le sue fronde. Ma il Signore non si lasciò ingannare e maledisse il platano, facendo diventare la sua corteccia squamosa, come si diceva sopra, simile alla pelle del serpente, e costringendolo a mutarla come il rettile che aveva protetto.

I Greci ebbero un vero e proprio culto per questa pianta, magnificata e lodata dagli autori più famosi, quali Ateneo, Platone, Plutarco, per il refrigerio e la protezione che offre a quanti si rifugiano sotto i suoi rami. Ad Atene, filosofi e scrittori amavano discutere e fare lezione sotto i platani, tanto da far meritare a questa pianta il titolo di albero dei filosofi. E per una singolare coincidenza, in greco il nome di Platone e del platano hanno la stessa etimologia. Dalla Grecia il platano fu poi introdotto in Italia. Si racconta che Dioniso il Vecchio, tiranno di Siracusa, annaffiasse col vino un superbo esemplare. Ma il primo fu piantato sulla tomba dell’eroe greco Diomede in un’isola delle Tremiti – chiamate anche Diomedee -, probabilmente quella di san Domino.

E un vero e proprio inno al platano, che si suona durante i matrimoni e nelle cerimonie più commoventi, è l’aria iniziale dell’opera Serse di Georg Friedrich Hӓndel, nota più semplicemente come Ombra mai fu o Largo di Hӓndel, di cui si riportano i primi versi: “Ombra mai fu/ di vegetabile,/ cara ed amabile,/ soave più”. ☺

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