L’amicizia sociale e il conflitto
26 Dicembre 2020
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L’amicizia sociale e il conflitto

Le rivolte di questi giorni trovano terreno fertile nel malcontento diffuso e nel dramma di molti che stanno subendo misure apparentemente illogiche di restringimento. Da una parte gli interessi particolari, dall’altra l’impossibilità di far fronte alla sopravvivenza. Che cosa sta succedendo? Dove finiremo? Come affrontare il tempo che verrà? Dice Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri): “la rivolta va oltre: anziché accettare il conflitto interno, mette in discussione le cornici stesse di quello spazio”. E papa Francesco chiarisce: “Fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità”.

Cosa è accaduto con il covid? A quale biforcazione stiamo assistendo? “La tempesta COVID-19 e la turbolenza del mercato accelerano la divergenza delle fortune”, cioè aumentano le disuguaglianze. Con Piketty diremmo che “ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze: l’uomo deve trovare le ragioni di queste disparità per non rischiare di vedere crollare l’intero edificio politico e sociale. In questa chiave, anche molte ideologie del passato non appaiono più così irragionevoli, se paragonate al nostro presente”. Ma l’epoca delle grandi narrazioni si è chiusa. Siamo passati in questi ultimi decenni dalla cultura del collettivo a quella del connettivo. Sullo sfondo nuovi poteri sembrano affermarsi. In questo contesto, una nuova accelerazione di processi sociali, già in atto, sembrano coagularsi intorno ad una idea di società della cura del vivente. Dice Pino Cosentino: “ ‘La società della cura’ è un’affermazione valoriale, ma nello stesso tempo squisitamente politica. Come può essere utile la società della cura nell’attuale contesto di rivolte? La società della cura è un campo di idee e valori che va nella giusta strada, e questo è il punto, non è solo una strada, ovvero non è un pensiero unico, ma una grande visione dentro la quale possiamo riscoprirci meno condizionati e liberi di costruire una identità poliedrica. Se stiamo costruendo una visione del mondo che era solo di gruppi frammentati, e che ora appare a molti di più come una possibilità, qual è lo stile da assumere o da seguire per la costruzione della società della cura?”.

Come possono essere utili i contributi e documenti, come l’ultima enciclica di Francesco, nella costruzione di uno stile della società della cura? Proviamo a ragionare su due livelli: amicizia sociale e conflitto. Qual è il contesto per papa Francesco? “Siamo dentro la privatizzazione universale di tutto l’esistente, compresi i diritti ormai assimilati al denaro. Si hanno tanti più diritti quanto più denaro si possiede”. La libertà e l’uguaglianza senza la fraternità generano le disuguaglianze sociali. Lo stile potrebbe essere quello di mettere insieme i saperi al servizio di un pensiero sparso e ampio e farsi movimento perché sebbene ci sia una cultura ragionata e siano stati prodotti dei documenti giuridici il percorso sulla fraternità e la sorellanza è in stand by. Occorre l’amicizia sociale. Secondo Bergoglio “pren- dersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi. Ma abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune. Tale cura non interessa ai poteri economici”.

Il noi di cui parla Francesco è una relazione di amicizia sociale, “una cultura diversa, che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri. Non rassegniamoci a vivere chiusi in un frammento di realtà. La promozione dell’amicizia sociale im- plica non solo l’avvicinamento tra gruppi sociali distanti a motivo di qualche periodo storico conflittuale, ma anche la ricerca di un rinnovato incontro con i settori più impoveriti e vulnerabili. Siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità. Rinunciamo alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla ‘cultura dello scarto’”.

Occorre riconoscere nella propria vita che “quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio”Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per i fragili, e la fraternità (e la sorellanza) sarà tutt’al più un’espressione romantica.

In questi momenti, nei quali tutto sembra dissolversi e perdere consistenza, ci fa bene appellarci alla solidità che deriva dal saperci responsabili della fragilità degli altri cercando un destino comune. La società della cura è agli inizi di questo percorso dell’amicizia sociale soprattutto con il metodo delle convergenze. Nonostante le provenienze da percorsi diversi non è l’unità che ci interessa, ma la convergenza che può rappresentare un passaggio verso una costruzione di amicizia sociale. Tra la società del profitto e la società della cura c’è il conflitto.  E sempre con papa Francesco: “È vero che le differenze generano conflitti, ma l’uniformità genera asfissia e fa sì che ci fagocitiamo culturalmente. Quando i conflitti non si risolvono ma si nascondono o si seppelliscono nel passato, ci sono silenzi che possono significare il rendersi complici di gravi errori. Invece la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto.  Considerando sempre che la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro”.☺

 

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