L’amore è dirompente
29 Aprile 2017
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L’amore è dirompente

Una delle fatiche maggiori, che comporta una serena ma creativa e vitale accoglienza dell’Amoris laetitia, è ridiscutere le “precomprensioni consolidate” che ci spingono a leggere un testo con uno schema mentale preoccupato di affrontarlo per vedere quali novità contiene rispetto al passato o quali continuità/rotture rispetto al pensiero precedente o dottrina consolidata. È stato il dramma che ha accompagnato e vanificato per cinquant’anni, le discussioni sul Concilio Vaticano II, e, ora, rischia di essere lo stesso schema mentale di approccio all’esortazione di papa Francesco.
Passando in rassegna i Vangeli, dalla nascita di Gesù in mezzo ai pastori, – considerati impuri per condizione sociale e promiscuità di vita con le pecore – fino alla morte infamante sulla croce, riservata a non-cittadini e alla feccia della società, che, come la nascita, avviene al di fuori della città, si è costretti a ripensare cosa si debba intendere con purezza, ad es. di dottrina e di prassi. A chi, infatti, si accosti alle narrazioni evangeliche non succube delle mediazioni storiche – pur sempre necessarie – dei due millenni di cristianesimo, sfaccettato in molteplici confessioni, può apparire singolare che le tradizioni ecclesiastiche siano spesso in prima fila nella difesa delle consuetudini e dell’ordine sociale. I testi evangelici presentano il Rabbi di Nazareth accompagnato da un gruppo di discepoli e discepole dai tratti peculiari da apparire decisamente refrattari e spesso contrari alle regole, non solo religiose ma anche sociali, culturali e di genere. Tale libertà – motivata non da un anarchico gusto di sovversione, ma da un fuoco più grande che l’attrae, da una fede che travalica i confini della religione consolidata, da una visione dell’umanità che oltrepassa gli orizzonti escludenti – lascia pochi dubbi in merito.
Anzitutto il rapporto di Gesù con la propria famiglia, addirittura imbarazzanti per alcuni lettori. Il Vangelo di Marco riporta un episodio di conflitto proprio nei primi capitoli. Questo Messia – che ha successo presso le folle, ma scandalizza, senza badare alle conseguenze, scribi e farisei, ovvero gli addetti ai lavori dell’autenticità religiosa – mangia con “peccatori e pubblicani” (2,15-17), si muove con persone che non osservano la scansione dei digiuni rituali e, alle critiche ricevute, risponde con un’espressione, ancora oggi al passo con i tempi: “Nessuno cuce un pezzo di stoffa nuovo su un vestito vecchio…” (2,20.22). Ai discepoli che raccolgono spighe di sabato – giorno in cui non è permessa attività alcuna – aggiunge la guarigione della mano destra paralizzata di un uomo, nella sinagoga, e di sabato. Sostiene infatti che “il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato” e che salvare una vita, anche una sola, vale più di qualsiasi norma precettistica. Non stupisce che, in tale situazione altamente conflittuale, i suoi familiari si mettano in cammino a cercarlo, forse per riportarlo a casa, per qualche forma di “trattamento sanitario obbligatorio”. All’annuncio del loro arrivo egli rispose: “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?… chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (3,21.31.35). Interessa qui sottolineare il tratto di relativizzazione delle consuetudini e di riformulazione dei rapporti familiari, sociali e di genere che mostra il rabbi di Nazareth: qualunque sia la forma di “famiglia allargata” in cui è inserito, ne prospetta il superamento e la riconfigurazione.
La lunga frequenza, spesso selettiva, di questi testi impedisce di cogliere la forza umana e sociale di questi racconti, che risalta invece quando vengono riletti con occhi nuovi. Episodi che vanno in direzione del cambiamento sociale e religioso sono numerosi; alcuni mostrano, quasi in unica sequenza, l’attraversamento continuo di confini molteplici. Il caso dell’incontro di Gesù con la donna samaritana, in Giovanni, si apre in molteplici direzioni: “tu giudeo chiedi da bere a me samaritana” (4,9): una differenza “etnica”. Lo sconcerto dei discepoli – “si stupirono che stesse parlando con una donna” (v.27) – rende evidente la “questione di genere”. L’elemento etnico-religioso combinato fanno della donna “la meticcia di Samaria”, anche se in Luca il meticcio samaritano diventa vero prossimo e icona di Gesù stesso (10,29-37). Ancora l’incontro con la donna cananea (Mt 15,21-28) o la siro-fenicia (Mc 724-30) in cui si ritrova quel varcare confini consolidati in un intreccio di maschile e femminile. La familiarità secolare alla Parola conosce anche valorizzazioni come S. Maria Maddalena che papa Francesco ha voluto che da memoria diventasse festa (22 luglio).
Il messaggio evangelico – “lieto annuncio” – attraversa le determinazioni sociali e di genere e funziona come esigente e liberante principio di riforma. Solo in questo quadro, e non in quello tranquillizzante del sostegno fornito all’odine più forte, può stare anche una visione del matrimonio alta ed esigente. Una visione che conosca la durata, nella gioia e nella fatica dei giorni e delle vicende, la cui restituzione in termini di “indissolubilità” (che porta con sé un divieto, un’espressione negativa) è solo pallida ombra di qualcosa che, invece, è vita e Spirito. La via di uscita è chiedersi come la luce del Regno che viene illumina ogni amore; il modo in cui la fedeltà di Dio abbraccia quella fedeltà desiderata e vulnerabile che ognuno conosce, quale che sia il proprio stato di vita. In quella luce e, solo in essa, sta ogni amore, perché l’amore è unico. Una luce per un amore unico: l’amore del celibato per il Regno e l’amore di chi si sposa, l’amore di chi trasgredisce e di chi osserva, l’amore di chi accoglie il camminante e di chi soccorre il prigioniero, senza sapere perché. Ascoltare così, solo con il vangelo, tutte le persone che nel cammino della vita osano mettere la vita nelle mani di un altro o di un’altra e aiutarle, con il proprio ascolto, ad ascoltare la voce del vangelo che dice a tutti “non temere”.
Piuttosto che giudicare tutto e tutti, è importante riconoscere che “la maggior parte della gente stima le relazioni familiari che vogliono durare nel tempo e che assicurano il rispetto dell’altro” (AL 38), anche se le esprimono in maniera diversificata e nelle condizioni magmatiche in cui la vita li pone. Anche se i legami sono stati feriti, spezzati e magari ricomposti. Anche se le persone sono dello stesso sesso. Anche se altre persone scelgono di vivere in modalità che non prevedono relazioni erotiche, ma parlano il linguaggio dell’affettività e utilizzano per indicarsi immagini di famiglia.
Si comprende appieno la reclamata necessità – enunciata in Amoris laetitia n. 36-37 – di un’autocritica per le modalità con cui è stato presentato il matrimonio: “una idealizzazione eccessiva”, un “ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificialmente costruito, lontano dalla situazione concreta delle famiglie così come sono”, ottenendone tre magri risultati.
– “Abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo sostenuto sufficientemente la famiglia…
– Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come cammino di realizzazione che come peso da sopportare per tutta la vita.
– Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli che tante volte rispondono al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi”. (AL 37).
Non si tratta di offrire una visione meno bella o meno alta. Si tratta di uscire da una sorta di ossessione normativa. Qui si gioca lo spessore del costante – e anche tradizionale – richiamo al discernimento. Esso comporta una diversa esigente radicalità che fa connubio col richiamo “tra voi non sia così”. Questa “differenza” consente che possa affacciarsi un mondo diverso e non sia più quello che “i governanti… dominano… e i loro capi li opprimono” (Mt.20,25).

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