L’anima della pietra
16 Ottobre 2020
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L’anima della pietra

“Chi amando insegue le gioie

della bellezza che fugge,

riempie la mano di fronde

e coglie bacche amare”.

Questi versi, composti dal Cardinale Francesco Barberini, accompagnano la lettura scultorea che Gian Lorenzo Bernini aveva realizzato per la sua famiglia. Apollo e Daphne (1622) racconta l’antica favola traducendo nel marmo i versi del poeta latino Ovidio. Il poeta racconta che Apollo colpito dalla freccia di Cupido si era dato all’ inseguimento della ninfa Daphne la quale fuggiva dal dio colpita dall’incantesimo opposto. Apollo è disposto a tutto pur di soddisfare il suo desiderio. La persegue, la circuisce, cerca di rapirla, ma quando è sul punto di ghermirla, come una belva feroce cerca di afferrare la giovane preda, questa si rivolge in preghiera al padre Peneo. Sembra ormai sul punto di cadere tra le fauci dell’aggressore, ed essere rapita, quando la ninfa è mutata in un albero di alloro.

Dramma nella pietra

Apollo, appoggiando la mano sul corpo dell’amata, sente la sua pelle trasformarsi in corteccia ma al di sotto percepisce il battito del cuore. Il dio, sconvolto dalla perdita, si cinge la testa con un ramo della stessa pianta, che diventerà l’albero a lui sacro, simbolo per sempre dell’amore folle e infelice, poesia sublime che i poeti di tutti i tempi dedicheranno all’amore.

I versi di Ovidio prendono forma nell’opera del Bernini attraverso il corpo giovane e il volto imberbe di Apollo. La gamba sinistra e il braccio destro sollevati all’indietro, a sottolineare lo slancio della corsa. I capelli e il panneggio intorno alla vita mossi dal vento. La veste s’intreccia, si arrotola su se stessa fino a raggiungere uno spessore di estrema sottigliezza. La mano destra del Dio cinge il torace della fanciulla e le dita affondano nella corteccia. Il corpo della ninfa si protende verso l’alto, inarcato in uno spasmo di terrore e disperazione. Le gambe sono già bloccate dal tronco, le dita dei piedi si allungano in radici. Le braccia sollevate diventano rami. Dalle dita prendono forma le foglie, sottili quasi fossero vere. I capelli sciolti, sollevati e annodati dal movimento operano un moto simile al panneggio.

Stupefacente è la cura dello sguardo e l’espressione dei volti. Gli occhi di Apollo hanno una espressone estatica, la bocca morbida e appena socchiusa a indicare passione e desiderio carico di libidine. Al contrario, gli occhi di Daphne sono rivolti all’indietro, carichi di terrore, cercando e invocando aiuto. Paura, terrore, supplica, la bocca spalancata e l’incavo creano una profonda zona d’ombra, quasi ad emettere un grido disperato.

Nel basamento sono incisi i versi che ne danno una versione moralizzata, quasi a bilanciare la sensualità che emerge dall’opera:

quis quis amans

sequitur fugitivae gaudia

formae fronde manus

implet baccas seu carpit amaras”.☺

 

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