L’anno che verrà
11 Febbraio 2021
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L’anno che verrà

Ci affacciamo a questo 2021 con paura ed ansia, come mai prima; ma anche con speranza. Sì, anche in questo angolino di mondo che qualcuno dice non esistere nemmeno, e che molti italiani  ancora non sanno collocare esattamente sulla carta geografica; nonostante tutto (e soprattutto tutti), anche qui la speranza guida i nostri passi esitanti nel mondo nuovo che la pandemia ha spalancato davanti a noi. E allora è il momento di fermarci a riallineare, per quel che possiamo, gli scorci visibili di questo anno appena iniziato, e a cercare di capire le prospettive che si delineano appena.

Siamo diventati un paese in coda: davanti ai negozi, agli uffici, alle banche. Abbiamo forzatamente imparato quell’arte anglosassone della pazienza in fila che ci appariva incomprensibile e anche un po’ ridicola. Ci siamo allontanati gli uni dagli altri in nome di quel distanziamento sociale che è diventato fisico, morale, spirituale. Che è diventato enorme solitudine.

Abbiamo riscritto, noi attivisti che vivevamo nell’affollamento delle interminabili assemblee e delle manifestazioni, le regole della comunicazione e del confronto; abbiamo accettato, noi meridionali cresciuti negli abbracci e nella vicinanza esteriore ed interiore, di non sfiorarci nemmeno più una mano.

E mentre ognuno di noi elaborava in fretta personali strategie di sopravvivenza, qui intorno continuava il teatrino indegno della politica incapace, la cui massima espressione è stata la gestione fallimentare dell’emergenza e lo sfascio totale del sistema sanitario molisano, catapultato impietosamente sotto i riflettori e costretto a esporre le voragini provocate da vent’anni di tagli criminali.

Non solo in Molise, è vero: i venti sistemi sanitari diversi d’Italia hanno tutti mostrato falle, ma i fatti dell’ultimo mese dimostrano chiaramente che forse in nessun altro luogo si palesa una così evidente negazione del diritto alle cure. Ed è apparso chiaro a tutti, tranne che ai Presidenti di Regione, che la sanità non può essere lasciata in balìa delle singole unità regionali, ma deve avere una regia unitaria statale.

Ci siamo fermati tutti, qui e altrove, ad aspettare che passasse la nottata; ma il passo successivo è capire, come collettività molisana, italiana e mondiale, che questa pandemia assassina ci ha però regalato un’opportunità per non tornare alla normalità tossica di prima, e cercare invece una nuova normalità rivoluzionaria. Il virus odiato e temuto ci sta dando forse l’ultima opportunità di cambiare stile di vita e modo di produrre; in modo ancora confuso, questo lo percepiamo.

Eppure i decisori, locali e nazionali, sembrano essersi incamminati con sfrontata protervia sulla vecchia strada. Basta guardare le linee guida del Recovery Plan e del cosiddetto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, zeppo di finanziamenti a energie che di sostenibile non hanno nulla, ancora centrato sulle grandi opere, privo di ogni vera attenzione ad ambiente, sanità, istruzione, questione femminile, debito illegittimo, beni comuni e valorizzazione di realtà locali.

E così in Molise sentiamo discutere solo di quanti soldi dovranno arrivare, e di come spartirseli, ma non c’è all’orizzonte alcuna programmazione condivisa con i territori che parta dai veri problemi: in primis il sistema sanitario, e poi dissesto idrogeologico, isolamento dei piccoli comuni, sistema dei trasporti disastrato, fuga dei giovani, scomparsa dei presìdi dello stato in nome dell’accorpamento, mancanza di una seria programmazione che rilanci il turismo, inesorabile decrescita di popolazione.

Se non vogliamo perdere questa tragica ma inaspettata occasione per cambiare l’Italia, e il Molise, dobbiamo smettere tutti di augurarci il ritorno al mondo di prima, quello del produci, compra, butta, sposta, estrai, sotterra.

Per cambiare questo mondo ingiusto e trovare quel mondo altro che sognavamo a Seattle e a Genova, serve giustizia e non giudizio sugli altri, accoglienza e non respingimento, utopia e non pragmatismo. Sottrarre e non aggiungere, dare invece di prendere, assegnare valore e non un prezzo, restituire invece di prendere. Serve avere il coraggio di riprenderci la vicinanza (in sicurezza, ovviamente) e di gridare ad alta voce che anche i poteri più intoccabili, gli scranni regionali più consolidati possono vacillare sotto l’urto della volontà di cambiamento dei cittadini. Ma è da noi individui, abbandonando la rassegnazione che ci fa dire da sempre che “tanto non cambia mai nulla”, che deve partire il non ritorno alla normalità malata. E dal nostro metterci insieme deve partire un’azione unitaria di rivoluzione del sistema.

Dobbiamo augurarci un 2021 nel quale NOI saremo migliori: perché è solo la nostra responsabilità personale che può rendere migliore un tempo, un anno, un luogo, una politica. E può impedirci di sprecare anche quest’ultima possibilità di scegliere un’altra rotta.☺

 

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