Larino: il caso in tribunale
9 Settembre 2021
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Larino: il caso in tribunale

La rottura della fogna in via Molise, unitamente ai liquami, ha portato in superficie le gravissime responsabilità di amministratori comunali che sulla questione hanno disatteso per oltre un quarantennio precisi obblighi di legge, con l’aggravante di un susseguirsi di condotte assurde e non prive di criticità sotto il profilo legale. Ma entriamo nel merito. Ai primi anni ’70 del secolo scorso la Cooperativa edilizia “Giustina” ottiene dal comune di Larino la licenza per realizzare sulla collinetta che sorge in contrada Torre Sant’Anna, 30 villette a schiera, con i finanziamenti dell’edilizia economica e popolare. All’epoca la legge che disciplinava la materia urbanistica era la n.765 del 6 agosto 1967. Essa stabiliva che le opere di urbanizzazione primaria, in assenza di interventi comunali, potevano essere realizzate direttamente dal soggetto interessato ad edificare, ma alla condizione che questi si impegnasse a cederle subito dopo, a titolo gratuito, al Comune. Anzi il rilascio della licenza edilizia era subordinato alla preventiva sottoscrizione di tale impegno.

Oggi, ad oltre quarant’anni dalla realizzazione di quel complesso edilizio, il Comune di Larino ancora non ha acquisito le connesse opere di urbanizzazione (oltre un chilometro di rete metanifera, idrica e fognaria, nonché ben oltre mezzo chilometro di rete stradale ed elettrica). In verità nel 1990, in seguito alle pressioni esercitate dalla Cooperativa, il Comune ha deliberato l’acquisizione delle opere in argomento, ma di fatto la delibera è rimasta lettera morta, sia perché gli stessi amministratori che hanno adottato la delibera non si sono curati di procedere agli adempimenti attuativi, sia perché tutti gli amministratori che si sono succeduti per non dar corso alla sua attuazione hanno trovato sempre qualche  pretesto. Ad un certo punto, ad esempio, si eccepisce che nel fascicolo  mancava la dichiarazione di cessione delle opere, volendo con questo addebitare ad un’inadempienza della Cooperativa la responsabilità del mancato perfezionamento dell’atto. Ma non si avvedeva lo zelante amministratore che l’addebito eventualmente ricadeva interamente sul Comune, e con l’aggravante dell’illecito, visto che la dichiarazione era propedeutica al rilascio della licenza edilizia. Ma poi, inopinatamente, l’eccezione viene abbandonata per lasciare spazio ad una proposta di acquisizione parziale delle opere. Le prendiamo, dice il Comune, ma le strade interne all’abitato, no, poiché sono cieche (mezzo chilometro di strade, dotate di marciapiedi e con una larghezza minima di 7 metri!). Una proposta che mette il Comune in contraddizione con se stesso, visto che nel 1981 con propria delibera aveva titolato quelle strade riconoscendone quindi lo statuto di vie urbane, tanto che da allora quella titolazione e relativa numerazione civica individuano nei documenti ufficiali il luogo di residenza di coloro che vi abitano. Ma c’è dell’altro.

A partire dalla fine anni ’70, accanto al nucleo abitativo realizzato dalla Cooperativa sono sorte alcune altre abitazioni, mono e bifamiliari, fino ad esaurire tutta l’area edificabile. Le nuove abitazioni, però, a differenza di quelle della Cooperativa sono state realizzate a norma di una nuova legge urbanistica, la n.10 del 1977 (la così detta Bucalossi). La nuova legge, confluita nel T.U dell’edilizia, prevede che contestualmente al rilascio della concessione edilizia si dovessero corrispondere al Comune gli oneri di urbanizzazione. Qualora, tuttavia, il concessionario voglia realizzarle in proprio, può chiedere, anche attraverso un atto unilaterale, che gli oneri dovuti siano scomputati dalle spese sostenute. Ma il pagamento di tali oneri, nonché lo scomputo, presuppongono la garanzia di allaccio ad opere di urbanizzazione di natura pubblica, e invece in questo caso non è stato così, infatti l’allaccio è avvenuto su opere realizzate dalla Cooperativa che il Comune si ostinava a considerare private. Insomma, per concludere, un guazzabuglio di arbitrarietà nel quale l’attuale sindaco si trova impantanato, mostrando difficoltà a venirne fuori.

Ora che la questione è finita nelle mani della magistratura, l’auspicio è che essa indaghi a fondo per accertare ed eventualmente perseguire ogni responsabilità, ponendo fine ad una situazione assurda.

In coda sia consentita un’amara considerazione: Larino è da tempo sulla china di una irreversibile decadenza e la persistente prova negativa che sulla questione qui considerata hanno dato tutte le amministrazioni che si sono succedute nell’arco di un quarantennio e passa, rappresenta l’eloquente segnale di un contesto nel quale ogni speranza di una sua rinascita è negata alla radice. ☺

 

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