Lavoro e profitto
11 Gennaio 2019
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Lavoro e profitto

Il lavoro è certamente uno dei temi di cui si parla e si scrive di più. In ogni contesto sociale, in tutto il panorama politico si affronta questo aspetto del mondo contemporaneo. Ci dicono che il lavoro non c’è, che cresce la disoccupazione, che bisogna creare nuovi posti di lavoro.

Certo il lavoro dovrebbe essere una espressione della libertà individuale, il compimento dell’essere umano nella piena e reale libertà. Ma questo, lo sappiamo bene, non è vero.

La nostra Costituzione sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e all’art. 4, com. 2 si afferma che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Nei fatti, tutto ciò non è rispettato o, per meglio dire, sono principi che, come il detto attribuito normalmente a Charles Darwin (1809-1882) “il lavoro nobilita l’uomo”, non trovano riscontro nella realtà.

Il lavoro nell’era moderna, più produttiva e per certi versi meno faticoso, ha espropriato l’uomo dall’oggetto del suo lavoro e, pertanto, risulta meno gratificante ovvero frustrante. Si lavora perché costretti e ci si trova spesso a “fare un lavoro che non ci piace per comprarci cose che non ci servono” come dice Tyler, il protagonista del film Fight Club di David Fincher del 1999.

Già F. Nietzsche, nel libro III dell’Aurora, (1879-1881), scriveva: “povero, lieto e indipendente! – queste cose insieme sono possibili; povero, lieto e schiavo! – anche queste cose sono possibili – e, della schiavitù di fabbrica, non saprei dire nulla di meglio agli operai, posto che essi non sentano come ignominia il venir in tal modo adoperati, ed è quel che succede, come ingranaggi di una macchina e, per così dire, come accessori dell’umana inventività tecnica! È obbrobrioso credere che attraverso un più elevato salario la sostanza della loro miseria, voglio dire la loro impersonale condizione servile, possa essere eliminata! (…) È obbrobrioso avere un prezzo per il quale non si resta più persone, bensì si diventa ingranaggi. (…) Ma dov’è il vostro intimo valore, se non sapete più cosa significa respirare liberamente? Se non avete, neppure un poco, voi stessi in vostro potere?”.

Eppure, l’umanità potrebbe sussistere senza lavorare; condizione ideale auspicata anche da Schopenhauer, il quale, in Parerga e Paralipomeni (1851), riteneva “un vantaggio inestimabile (…) il possedere fin da principio tanto da poter vivere comodamente in vera indipendenza, cioè senza lavorare” e K. Marx ha teorizzato il superamento storico del lavoro in quanto attività umana e il passaggio al lavoro libero inteso come auto-realizzazione individuale e primo bisogno della vita: “La possibilità di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico. (…) La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità”.

Ma siamo ancora molto lontani da quell’ideale. Nel corso dei secoli il lavoro ha avuto sempre un carattere repellente e alienante. Di nobile non c’è nulla, tanto è vero che già Aristotele nel 5° sec. A. C. qualifica il lavoro come una attività non libera e quindi indegno dell’uomo libero. Nell’antichità coloro che lavoravano erano gli schiavi dei proprietari; nel medioevo erano i servi della gleba della nobiltà proprietaria terriera, trasformatosi successivamente in coloni e mezzadri; poi, a partire dalla prima rivoluzione industriale, l’antico sistema della manifattura o dell’industria fondata sul lavoro manuale venne fagocitata dalla grande industria, quella delle macchine, e sorse il proletario, secondo la terminologia marxista, cioè quel lavoratore che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro.

Ma queste forme di lavoro così ben scandite dalla storia, convivono tuttora nelle diverse realtà produttive. In Italia il Global Slavery Index conta 11.400 casi di schiavitù; un dato che pone il nostro Paese in testa alla classifica in ambito europeo. Nel mondo, da 6 a 10 milioni di bambine e bambini sono costretti ai lavori forzati, vittime dei traffici sessuali o segregati come sguatteri.

La Cgia di Mestre rileva che 3,3 milioni di “lavoratori invisibili”, di cui 16.700 nel Molise, quindi lavoratori “in nero”, ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa. È di maggio 2018, a seguito di 175 controlli eseguiti in Puglia dalla Guardia di Finanzia, la scoperta di 191 lavoratori impiegati totalmente “in nero”.

E di lavoro si continua anche a morire: cadute dall’alto in edilizia, incidenti nei campi con mezzi che rovesciandosi provocano la morte dell’agricoltore o esalazioni nelle fabbriche. In Italia, il 2017 si è chiuso con 1029 vittime: una media di quasi 86 morti al mese.

Dobbiamo tristemente ammettere che la logica del profitto, l’aver posto il profitto al di sopra del lavoro e quindi al di sopra dell’uomo, ha creato sfruttamento e lavoro alienato; ha creato un meccanismo perverso in base al quale ha reso l’uomo schiavo del lavoro e un capitalismo sempre in atto di rigenerarsi.☺

 

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